Allargare la cornice

Sono sempre più numerosi gli studi che mostrano come i soldi costituiscano solo una delle possibili motivazioni che spingono le persone ad essere più produttive ed efficienti.

In particolare, se oltre agli incentivi economici, non prendiamo in considerazione il senso, non aiutiamo affatto le persone ad essere più produttive: poteva bastare durante la rivoluzione industriale, ma non certo nell’economia della conoscenza del XXI secolo.

Quando pensiamo a come la gente che lavora – nota Dan Ariely nella conferenza TEDX “Cosa ci fa prezzare il lavoro?l’ingenua intuizione che abbiamo è che le persone siano come topi in laboratorio, che tutto quello che interessa alla gente siano i soldi, e dal momento in cui offriamo denaro, possiamo farli lavorare in un modo o possiamo farli lavorare in un altro.

Abbiamo questo modo di vedere così semplicistico del motivo per cui la gente lavora e come sia il mercato del lavoro.

Nello stesso tempo, se ci pensate, sono tanti i comportamenti strani che ci circondano.

Pensate alla scalata e all’escursionismo.

Se leggete libri di persone che scalano montagne, montagne difficili, pensate che quei libri siano pieni di momenti di gioia e felicità?

No, sono pieni di miseria. Di fatto, si parla di congelamento, difficoltà di andare avanti e difficoltà a respirare — freddo, circostanze difficili. Se la gente tentasse solo di essere felice, nel momento in cui arriva in cima, direbbe, “È stato un terribile errore. Non lo farò mai più.” … Invece, la gente scende, e dopo essersi ripresa, va su di nuovo.

Se pensate alla scalata come un esempio, suggerisce tutta una serie di cose.

Questo discorso di Dan Ariely mi ha fatto venire in mente quanto scritto da Mariella Carlotti quando parla sua esperienza di insegnamento e di come motiva i suoi ragazzi a leggere e studiare.

Riporto integralmente queste sue riflessioni sul tema della motivazione, del senso e della fatica perché quanto afferma nella parte finale riguarda direttamente anche il mondo del lavoro, non solo la scuola.

– Perché non hai studiato?

– Perché mi fa fatica (son pratesi parlano così).

– Non è vero.

-Come non è vero?

– Giuro: mi fa fatica.

– Giuro che non è vero che non hai studiato perché ti fa fatica..

La classe insorge: “Professoressa, ma abbiamo preso 3 anche noi. Non ha studiato nessuno perché ci fa fatica”.

– Non è vero.

Comincia una discussione e dico: “No. Non discuto, ve lo dimostro. Giovanni sei disposto a recitare con me una commedia davanti alla classe con cui in diretta dimostreremo che quello che tu hai detto – e loro hanno confermato – non ci azzecca nulla?”.

Mi fa: “Hai voglia!”.

Allora gli dico: “Guarda – erano le 13.30 – immagina che siano le 13.45. Suona la campanella. Tu esci di scuola. Sei sul piazzale. Stai prendendo il motorino e suona il telefono”.

Faccio suonare il telefono veramente e lui sta alla parte, prende il telefonino suo e fa finta di rispondere:

– Pronto chi è?

– Ciao Giova, sono la tua mamma.

– Che vuoi?

– Giova senti, stasera abbiamo gente a cena. Puoi andare in cima alla Calvana a prendere i funghi? La Calvana è il monte sopra a Prato; questo andava a funghi ogni tanto ed io lo sapevo.

– Posso dire veramente ciò che direi alla mia mamma?

– Certo stiamo recitando. Non ve lo dico perché avete capito. E gli faccio: “Perché Giova?”

E lui trionfante esclama : “Perché mi fa fatica!”. E tutta la classe applaude convinta che io avessi fatto il più grosso autogoal della storia.

E io faccio: “No. Non è finita. 13.45 tu esci da scuola, sei sul piazzale e suona il telefonino”. E qui, sfruttando le confessioni più intime degli allievi – così intime che le sapeva tutta la classe.

– Ciao Giova, sono la Silvia” (che era la ragazzina della scuola accanto di cui era perdutamente innamorato).

– Ciao Silvia.

– Giovanni senti, volevo dirti che sono in cima alla Calvana a raccogliere i funghi, verresti ad aiutarmi?.

– Di corsa!

– Allora sentite ragazzi: se mettessimo sul sedere di Giovanni una macchina conta joule – i miei queste robe le sanno – una macchina conta joule che misura il lavoro. Nel primo caso andare sulla Calvana a raccogliere i funghi con la sua mamma e nel secondo caso andare sulla Calvana a raggiungere la Silvia la macchina conterebbe un numero diverso?.

– No, uguale.

– Ma lui lo percepisce uguale?

– No.

– E la differenza la capite? Qual è la differenza?

– E lì, mi ha fatto impressione perché tutti lì hanno detto: “Lo scopo”.

– Perfetto! Il problema della vita, il problema dello studio non è la fatica. Il problema del lavoro non è la fatica. Il problema della vita è lo scopo.

Perché io se dovessi vivere un sabato sera come quello che vivete voi, anche se mi pagassero non lo farei. Perché, vi spiego, io stare alzata tutto il sabato notte non lo farei. Ma voi lì avete uno scopo e la fatica non la sentite. Io non ce l’ho e perciò sentirei la fatica.

Perciò tu dov’è che ti sei inceppato?

Tu hai detto: io non studio per non fare fatica. Non hai finito il percorso: dovevi chiederti perché faccio fatica? Perché non so che scopo ha studiare la prima guerra mondiale. E che vuol dire scopo? Non so che c’entra con me e tu devi rompermi le scatole finché io non ti aiuto a scoprirlo.

Non devi sforzare la fatica, devi cercare lo scopo”. Questo è fondamentale perché l’obiezione della fatica ce l’hanno tutti. Ma c’è una fatica che noi non possiamo togliere ma a cui noi dobbiamo dare uno scopo. Cioè c’è una fatica a cui noi dobbiamo fare una proposta.

Quello che dice Mariella Carlotti dovrebbe esser fatto proprio da ogni responsabile e manager e mi piace ripeterlo:

“C’è una fatica che noi non possiamo togliere ma a cui noi dobbiamo dare uno scopo. Cioè c’è una fatica a cui noi dobbiamo fare una proposta”.

Mi viene in mente la vecchia storia dei due scalpellini che lavorano duramente sotto il sole, scolpendo un enorme blocco di pietra.

Fa caldo, il lavoro è davvero faticoso, ma uno dei due scalpellini sembra quasi sorridente e contento, mentre l’altro è molto affaticato, stanco per il duro lavoro sotto il sole.

Una persona si avvicina chiede ad entrambi cosa stanno facendo.

Quello che sembra più stanco e affaticato risponde: “Devo scolpire questo blocco di pietra e renderlo un cubo”.

E tu, invece?

Io – risponde entustiasta – sto contribuendo a costruire la cattedrale che sorgerà alle nostre spalle!

Facevano lo stesso identico lavoro, ma solo uno scalpellini aveva chiaro il senso di quello che stava facendo. E questo faceva tutta la differenza.

Forse lo scalpellino ha trovato da solo la risposta e penso che ogni giorno al lavoro ognuno debba darsi una motivazione e cercare la propria risposta; però, il compito dei responsabili sarebbe quello di aiutare le persone a capire il senso del loro lavoro, il perché, allargare la cornice, perché uno non veda solo il suo pezzettino ma il quadro completo.

Perché il problema nel lavoro, non è la fatica ma la mancanza di senso: se c’è un progetto, una impresa da realizzare, diventa tutto più semplice.

Perché il problema non è la fatica, ma trovare un senso alla fatica.


POST SCRIPTUM

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