Formazione

La formazione può riempire secchi o accendere fuochi. In un caso la formazione fornisce risposte, risolve un bisogno; nell’altro caso suscita un desiderio, stimola nuove domande e nuovi pensieri: quest’ultima è l’idea di formazione che cerco di portare in aula.

Prendersi il lusso di staccare dalla quotidianità, per riflettere su quello che si sta facendo, con nuove domande, nuovi stimoli e una rinnovata fiducia basata sui numerosi studi delle scienze sociali degli ultimi 20 anni.

Ho ben presente i limiti della formazione, in particolare quanto afferma Lhumann che non solo arriva a negare l’utilità della formazione, ma ne sottolinea i pericoli.Infatti in aula si crea un ambiente artificiale e protetto in cui si possono sperimentare alcune possibilità che poi è molto difficile esportare all’interno dell’organizzazione.

Se i responsabili dell’impresa non sono coinvolti nel percorso formativo e non sono pronti a valorizzare quanto appreso dai partecipanti, l’esito del processo di apprendimento può essere disastroso. I partecipanti faticano a condividere con gli altri collaboratori quanto appreso in aula e si  chiudono in gruppi che comunicano sempre meno, con effetti negativi che si ripercuotono sull’intera organizzazione.

Su questo è bene essere chiari. La formazione non è mai neutra. A volte qualcuno può pensare che la formazione sia inutile, ma non che faccia male. Invece no! La formazione può fare anche molti danni. Anche se il docente è bravo; anzi specialmente se il docente è bravo e l’organizzazione non è pronta a mettersi in gioco.

Purtroppo pensiamo spesso alla comunicazione come “trasmissione di informazioni”, ma la “trasmissione di informazioni” c’è solo tra computer. Tra esseri umani non c’è mai pura trasmissione di informazione, ma comunicazione di senso e significati.

E’ sufficiente pensare ai significati della domanda “Che ora è?”. Si provi a pensare la differenza tra la stessa domanda fatta da un ragazzo che prova un approccio ad una ragazza oppure da un condannato a morte al boia.

In aula non esiste mai una solo una pura e semplice trasmissione di informazioni e nessuno è in grado si sapere cosa genera la formazione nelle menti dei partecipanti e come questi elaborano e interpretano quanto fatto.

Proprio per questo mi piace la metafora dell’accendere un fuoco: qualcosa che scalda, che illumina, ma imprevedibile, in continuo movimento, difficilmente controllabile che può evolvere in qualcosa di più grande, spegnersi o rimanere una brace pronta a incendiare tutto quello che ha intorno, se si creano le condizioni adatte.