Non penserai mica che Mario entri in fabbrica?

Bellissima intervista di Stefania Zolotti a uno dei padri dell’industria italiana: Mario Carraro.

Una intervista lunga, profonda, talmente bella che non vorresti che finisse mai. Una lettura diversa dal solito per riflettere sul mondo del lavoro, con un linguaggio schietto, diretto, oltre i classici luoghi comuni.

“Ho un ricordo chiaro. Anni ’60, Fiera di Padova, presentavano la prima fotocopiatrice Xerox. Ci andai con il nostro Amministratore delegato che disse “Se fossimo più grandi potemmo comprarla”. Gli risposi che l’avrebbe avuta il giorno dopo perché quella per me era uno strumento di comunicazione e non solo una fotocopiatrice. Ci avremmo potuto riprodurre lucidi, far viaggiare il nostro messaggio, usarla per le nostre presentazioni. Dopo sei mesi ne comprammo una seconda perché la prima era sempre intasata di richieste

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Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile

Ogni buon manuale di management insegna che nessuna persona dell’organizzazione dovrebbe essere indispensabile.

E’ facilmente comprensibile come la presenza di persone “indispensabili” crei tanti problemi organizzativi. Cosa succede se si ammalano? Se vanno in ferie? Se hanno un impegno? Se cambiano azienda?

Quello che è perfettamente logico e razionale da un punto di vista dell’organizzazione cambia molto dal punto di vista individuale: infatti, quella di rendersi insostituibili, è una tentazione molto forte che serve a placare l’ansia, a esorcizzare la paura di restare senza lavoro e a dare un senso e un fine a quel che si fa, come scrive Annamaria Testa nell’articolo Resistere alla tentazione di sentirsi indispensabili.

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Leader di settore e numeri due

Siamo circondati da aziende che si dichiarano leader di settore. Enrico Verga in un suo post su Linkedin si chiedeva ironico se esiste una azienda che NON sia leader del suo settore?

“Perchè tra Facebook, Twitter, Linkedin ogni volta che leggo in italiano o inglese la short bio di un azienda leggo sempre “leader di settore o azienda Leader. Cioè seguendo questa logica dovremmo avere non 1 ma 1 milione di Microsoft, non 1 ma 1 milione di Apple ( x usare due esempi a mio avviso importanti nei loro settori). Non so, forse capita solo a me di incappare in aziende leader ?”

La provocazione di Enrico Verga è interessante perché evidenzia come l’affermazione “leader di settore” sia una espressione ormai logora, banale, e non aggiunga nessuna informazione in più.

Una soluzione potrebbe essere quello dire la verità: non c’è nulla di più spiazzante e inatteso.

Forse la campagna pubblicitaria di AVIS degli anni ’60 – in cui l’azienda ebbe il coraggio di dichiararsi n. 2 del settore – ha ancora qualcosa da insegnare alle imprese di oggi.

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PMI in crescita a doppia cifra e multinazionali in crisi

Da qualche mese i media ed i politici ci comunicano che la produzione sta aumentando e che, di conseguenza, la crisi ormai dovrebbe essere superata. È vera questa cosa? Solo in parte.

Quello che non ci dicono, infatti, è che questi dati sono “aggregati”. Ovvero esprimono un valore generato complessivamente dalle aziende italiane, senza specificare l’aspetto più interessante: quello che sta realmente accadendo – come ha evidenziato anche Fabrizio Cotza in un bel post sul Linkedin – è che poche aziende stanno crescendo a doppia cifra (quindi ben più degli striminziti zero virgola qualcosa dei dati aggregati), mentre la maggior parte sta ancora soffrendo e continua ad essere a rischio.

Ma chi è che cresce maggiormente?

A dispetto di quanto si possa credere alcune PMI crescono molto più delle multinazionali.

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Nuove mappe per le imprese. Seminario per imprenditori e responsabili ad Alba (CN).

Per riflettere su quello che si sta facendo e aprire scenari inaspettati

C’è un disallineamento tra quanto la scienza sa e ciò che le imprese praticano. Ci sono tante scoperte delle scienze sociali – psicologia, neuroscienze, antropologia, filosofia, scienze della complessità ecc – che dimostrano tante cose su come siamo fatti e su come ci comportiamo, come apprendiamo, come motiviamo le persone, a quali condizioni possiamo creare qualcosa di nuovo e innovare.

Ebbene, spesso facciamo l’opposto. Non perché siamo stupidi o cattivi. A volte è proprio il buon senso o l’intuito che ci frega. Il buon senso era anche quello che ci faceva credere che la terra fosse piatta oppure che fosse il sole a girare intorno alla terra. Non sembra forse cosi?

Andiamo in giro con mappe dell’800 e ci meravigliamo che siamo confusi, che non troviamo le strade e fatichiamo a crearne di nuove.

Le nuove tecnologie, inoltre, sono solo uno strumento e non indicano nessuna strada. Abbiamo bisogno di nuove teorie, di nuove mappe, nuove conoscenze che ci aiutino a vedere ciò che ci circonda.

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Due storie di fallimento. Perché cambiare è così difficile anche quando i vantaggi sono evidenti.

FALLIMENTO 1 . La storia seguente è ripresa quasi integralmente dall’articolo “La mia storia di fallimento preferita” di Mirco Di Porzio.

Il Dottor Semmelweis nel 1846 lavorava all’ospedale generale di Vienna. In quel periodo la febbre puerperale faceva stragi: la percentuale di decessi delle donne che partorivano era intorno all’11%.

Un medico molto amico del Dott. Semmelweis stava praticando un’autopsia ad una donna deceduta per cercare di studiare il fenomeno, quando si tagliò leggermente con un bisturi sporco. Nel giro di qualche giorno morì, presentando sintomi simili a quelli della donna.

A questo punto al Dottor Semmelweis venne un’idea: “Ma non è che ci sono delle cosine invisibili che si trasferiscono con il contatto e causano la malattia?”.

Così impose il lavaggio igienico delle mani a chi dovesse toccare le donne che partorivano. Già che c’era, impose anche il cambio delle lenzuola.

Nel giro di 2 anni la percentuale di decessi scese dal 11% alll’1%.

Ma ecco l’errore di Semmelweis: non aveva curato i rapporti con la comunità intorno a lui. La qualità del suo lavoro avrebbe dovuto parlare da sola. Ma non funziona mai così.

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La qualità paga sempre? Una riflessione a partire dal caso Novo Nordisk

La ricerca e il miglioramento della qualità è considerata, dagli imprenditori, l’elemento prioritario per competere.

E’ quanto emerge dalla ricerca del Rapporto-competitivita-2017 che ha indagato quali strategie le imprese avessero adottato nel corso del 2016 al fine di migliorare la propria competitività.

L’aumento della qualità dei prodotti e l’innovazione di processo e di prodotto sono le strategie indicate con maggiore frequenza (vedi grafico). Questi orientamenti strategici, infine, sembrano destinati a caratterizzare le scelte delle imprese manifatturiere e dei servizi di mercato anche nel corso del 2017: di passa dall’80,6 all’82,1 per cento delle imprese manifatturiere e dal 72,4 al 74,5 per cento di quelle dei servizi).

E’ sicuramente un dato incoraggiante, ma occupandomi di formazione, mi piace sempre cercare nuovi punti di vista e mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

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