Abitare l’incertezza ovvero prendere decisioni

Prendo spunto da alcuni post di Luciano Martinoli sulla differenza tra calcolo e decisione per ulteriori riflessioni su questo tema.

Intanto la premessa.

Siamo abituati a pensare che le decisioni migliori siano frutto di calcoli. Più preciso e corretto sarà il calcolo, migliore sarà la decisione.  In realtà, ci avverte Martinoli, prendere una decisione non ha a che fare con il calcolo.

Per far luce su questo apparente paradosso Martinoli, cita Heinz von Foerster:

“Possiamo prendere una decisione solo sulle questioni indecidibili. Su tutte le questioni decidibili è già stata data una risposta. Ad esempio, alla domanda, 2 per 2 fa 4 o 5?, può essere data una sola risposta perché sono state accettate le regole della matematica”.

Quindi non decido che 2+2 fa 4, faccio un semplice calcolo. Tutte le volte che posso calcolare e scelgo di conseguenza non sto “decidendo”, ma solo “calcolando”.

Nello stesso articolo, Martinoli cita anche Cassie Kozyrkov, chief decision scientist presso Google e fa una considerazione ulteriore: quando sembra che stiamo calcolando, in realtà stiamo prendendo una decisione che non ha nulla a che fare con i dati e i numeri.

Facciamo un esempio. Devo decidere se mi conviene andare al lavoro con la mia auto o con i mezzi pubblici. Come fare?

Potrei confrontare il consumo al kilometro della mia auto con il costo del biglietto dei mezzi e calcolare cosa conviene.  Possiamo dire che la mia decisione è frutto di un calcolo?

Solo apparentemente. Infatti, potrei prendere in considerazione non solo il costo della benzina necessaria per il viaggio, ma anche il costo di ammortamento dell’auto, aggiungendo il bollo e l’assicurazione. E avrei un nuovo valore.

Potrei aggiungere nei costi anche eventuale parcheggio o rischio di multe.

Però potrei anche valutare la libertà di orario che mi concede la macchina rispetto ai mezzi pubblici (e poi dovrei decidere come “pesare” questa libertà).

Nel computo dei costi potrei decidere di mettere anche l’impatto ambientale e l’emissione di CO2 (molto minore con i mezzi pubblici). E come scegliere di calcolare l’impatto ambientale è una scelta che può includere o meno altre decine di dati.

Come vedete solo apparentemente l’esito finale della mia decisione è frutto di un calcolo, perché i dati che ho scelto di considerare (o non considerare) non sono frutto di un calcolo, ma di una scelta “personale” non riconducibile a mero calcolo.

Se questo vale per le decisioni personali, vi è un altro aspetto da considerare per le scelte imprenditoriali, strategiche o politiche.

I dati rappresentano quello che c’è non quello che sarà e ciò che sarà, soprattutto per le cose importanti, non sempre è in prevedibile continuità con ciò che è stato. Dunque la scelta tra decisione e calcolo non è tra abbondanza di dati e tempo per elaborazioni rispetto alla loro scarsità, oppure tra certezza del risultato e rischio, ma è tra provare a far accadere qualcosa di radicalmente nuovo o cercare di proseguire in continuità con ciò che già viene fatto”, scrive Martinoli. 

Detto in altre parole: non sempre si possono “trasformare” decisioni in calcoli, per esempio per mancanza dati, mancanza algoritmi, mancanza tempo di elaborazione; ma c’è considerare la motivazione profonda tra le due possibilità: da un lato creare (prendere decisioni), dall’altro allinearsi al resto del mondo in quel momento (effettuare calcoli).

La decisone crea mondi nuovi, il calcolo si allinea al momento attuale.

Detto questo sorgono nuove domande. Se la decisione ci permette di creare nuovi mondi e nuove possibilità, perché allora è così difficile “decidere”? Quali sono le buone ragioni di chi tende a rifugiarsi nel calcolo rispetto alle possibilità offerte dalla decisione?

Trasformare le decisioni in calcoli, infatti, ha molti vantaggi: non solo dà più sicurezza, ma dimostra agli altri bontà delle proprie scelte in caso debba rendere conto del mio operato. È un modo per proteggersi.

Trasformare le scelte da calcoli a decisioni significa, invece, entrare in un luogo caratterizzato da incertezza a cui spesso non siamo abituati. Significa abitare un vuoto che crea disagio.

Mi viene in mente il film “Sully” in cui il comandante (dopo aver salvato tutti i passeggeri con una manovra eroica) viene accusato di aver fatto una scelta troppo rischiosa. Il film ha un lieto fine (si riesce a dimostrare che la decisone del comandante, con il senno di poi, era la migliore). Ma non sempre si può fare un “processo” alle decisioni oppure “il processo” può durare molto tempo.

Prendere decisioni invece che calcoli ci espone enormemente.

Nella formazione classica delle classi dirigenti (pensiamo alle facoltà di ingegneria, economia ma anche giurisprudenza sotto certi aspetti), l’incertezza non è mai un valore, è sempre qualcosa da evitare, è un problema, più che una opportunità.

È necessario quindi un radicale cambio di paradigma per accogliere una nuova prospettiva che non solo spaventa, ma forse è incomprensibile per chi è abituato a ragionare in modo diverso.

Per usare una felice espressione di un post di Massimo Ferrario “abbiamo bisogno di più gestanti e meno gestori”.

La parola gestante richiama una particolare capacità che è richiesta per chi si trova in ruoli di responsabilità: quella che Bion chiamava “capacità negativa” e cioè la capacità di sostare nel vuoto, nell’attesa, senza sapere cosa succederà esattamente. È una posizione che crea anche ansia e non è banale.

È una capacità su cui la formazione manageriale deve iniziare a lavorare e che diventa sempre più necessaria per prendere decisioni che non si riducano a meri calcoli.


POST SCRIPTUM

*Per un approfondimento del tema segnalo alcuni articoli in rete di Luciano Martinoli sul tema calcolo/decisione:

– A che servono i dati? (https://bmconsulting-mi.com/a-che-servono-i-dati/)

– Assorbire l’incertezza: calcolo e decisione (https://bmconsulting-mi.com/assorbire-lincertezza-calcolo-e-decisione/ )

– Dati, calcolo e decisioni (https://bmconsulting-mi.com/dati-calcolo-e-decisioni/ )


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2 pensieri riguardo “Abitare l’incertezza ovvero prendere decisioni”

  1. Interessante. Infatti, da ingegnere ho studiato che ogni decisione richiede una valutazione di rischio, mentre un calcolo non comporta rischi, perchè nella peggiore delle ipotesi puoi sempre inserire un coefficiente di sicurezza (maggiore o minore di 1, secondo i casi). Decidere è il mestiere più bello, anche se più ansiogeno.

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