Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile

Ogni buon manuale di management insegna che nessuna persona dell’organizzazione dovrebbe essere indispensabile.

E’ facilmente comprensibile come la presenza di persone “indispensabili” crei tanti problemi organizzativi. Cosa succede se si ammalano? Se vanno in ferie? Se hanno un impegno? Se cambiano azienda?

Quello che è perfettamente logico e razionale da un punto di vista dell’organizzazione cambia molto dal punto di vista individuale: infatti, quella di rendersi insostituibili, è una tentazione molto forte che serve a placare l’ansia, a esorcizzare la paura di restare senza lavoro e a dare un senso e un fine a quel che si fa, come scrive Annamaria Testa nell’articolo Resistere alla tentazione di sentirsi indispensabili.

Piero Vigutto in un altro bell’articolo sul tema riflette su questo “desiderio di centralità” che può arrivare a veri e prorio comportamenti patologici definiti “sindrome della cavallina” ovvero il costante timore di essere scavalcati.

Perché è questo di cui si sta parlando: paura. Paura di essere inutili, di non servire, di essere esclusi da un gruppo, di invecchiare (in termini di competenze), di cedere il passo, di perdere una posizione privilegiata o la propria zona di comfort. Una su tutte, la paura di perdere la propria identità, perché il lavoro è importante e il proprio ruolo lo è anche di più. Ci connota, ci definisce, ci appartiene e vederlo “usurpato” o consegnato ad altri per qualcuno è comprensibilmente doloroso.

Se questo è vero, è importante e sano che ogni organizzazione lavori affinchè nessuno sia davvero indispensabile per evitare che in caso di una sua assenza, si blocchi il lavoro di tutti gli altri.

A volte, però, le imprese spingono all’eccesso questo principio considerando le persone totalmente intercambiabili, ritenendo – per esempio – che ogni mansione possa essere svolta da Tizio o Caio senza nessun problema.

A questo proposito, mi viene in mente una frase che era solito ripetere Umberto Eco: affermava che i sinonimi sono sinonimi solo al 50%. Non possono sostituire in modo perfetto un altro termine, c’è sempre qualcosa che si perde o si aggiunge, non esiste una parola che sia totalmente uguale all’altra.

Se questo vale per le parole, a maggior ragione vale per le persone.

Possiamo dire che ognuno è “sostituibile al 50%”. Solo in una organizzazione puramente meccanicistica dove le persone svolgono compiti banali e ripetitivi possono essere sostituiti o spostati senza che non cambi nulla.

Non è del tutto vero, quindi che nessuno è indispensabile e le parole dei poeti – come spesso accade – ci aiutano a comprendere meglio la questione.

Ecco cosa scrive Erri de Luca sull’essere indispensabili:

Una volta … mi piaceva il motto: ‘Siamo tutti necessari, ma nessuno indispensabile”. Oggi … credo al rovescio di quella frase.

Mi sono persuaso che nessuno è necessario, ma ognuno è invece frutto di un accidente prodigioso e gratuito, che per prodursi deve escluderne un’infinità di altri, tutti possibili.

Ognuno è un dono, un’aggiunta non necessaria, che non va a colmare una casella vuota, ma ad arricchire tutti. Vita è questo eccesso di natura, esagerazione strepitosa di un’offerta che non è necessaria, però è insostituibile.

Ognuno è un pezzo unico, irripetibile, la cui fine è spreco totale, senza riparo, rimpiazzo, risarcimento. Nessuno può essere sostituito.

Il mondo va avanti a forza di doni e di dissipazioni, di strepitosi regali e brusche cancellazioni, eccesso e mancanza. Non è un sistema equilibrato dare/avere, non è fornito di partita doppia.

Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile.

Una domenica di alcuni fa la televisione trasmise la morte di un atleta. Mentre giocava una partita di pallacanestro si sentì male, si piegò sul cuore facendo il gesto di chi chiede la sostituzione.

Cadde a bordo campo e morì lì. …Non so se la partita è continuata o è stata sospesa, certo prima o poi qualcuno ha preso il suo posto di titolare. Però nessuno può averlo sostituito nel mondo, che manca, tra gli altri, esattamente di lui, del dono che ci fosse (brano tratto da “Alzaia”).

Erri de Luca parla del mondo, e dice che nessuno può avere sostitituito quel giocatore, ma anche la sua squadra di basket lo ha potuto fare solo in parte. Chi ha preso il posto giocherà in modo inevitabilmente diverso, a volte migliore e a volte peggiore, ma comunque diverso.

In conclusione, tornando al mondo delle imprese, quello che bisogna evitare è l’atteggiamento di chi si pensa e si crede fondamentale, di chi non condivide conoscenze e informazioni coltivando il proprio “giardinetto privato” per cercare di rendersi importante e insostituibile.

Il management dovrebbe far di tutto per evitare e stigmatizzare questi comportamenti premiando chi lavora per rendersi sostituibile, sapendo – nelle stesso tempo – che non sarà mai la stessa cosa se quel lavoro lo fa Tizio o Caio.

Perché nessuno è davvero sostituibile; ognuno è un pezzo unico, irripetibile, la cui fine è spreco totale, senza riparo, rimpiazzo, risarcimento.

Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile.

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