La domanda di Steve Jobs per gli albergatori (e per tutti gli imprenditori)

In una intervista Jobs afferma che l’unico problema di Microsoft è che non hanno gusto e non mettono abbastanza cultura nel loro prodotti.

Tu dirai “Che importa?”. Bhe… i font a spaziatura personale provengono dalla stampa a caratteri mobili e dai libri.

Se non fosse stato per noi non li avrebbero mai inseriti e credo che quello che mi rattrista non sia tanto il successo di Microsoft – non ho problemi a riconoscerlo, se lo sono guadagnato per gran parte – quanto piuttosto la qualità mediocre dei loro prodotti. Sono prodotti senza anima, non hanno nessun aspetto geniale, sono molto banali.

Al di là della critica a Microsoft, mi pare importante riflettere su questa osservazione di Jobs che riguarda ogni impresa, coinvolgendo in particolare anche chi opera nel settore turistico.

Sto mettendo abbastanza cultura nei miei prodotti?

Questa mi pare una domanda spiazzante che ogni imprenditore dovrebbe farsi.

Come può un albergatore mettere cultura nel proprio servizio?

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Parole vuote: “Competere”​

Una delle parole più pericolose e che invito a non usare è “competizione/competitività”.

Perché?

Perché gli studi strategici sulle imprese ci dicono che la parola “competizione” porta alla lunga alla distruzione dell’impresa, perché porta a fare sempre le stesse cose, solo leggermente diverse e con margini sempre più ridotti.

Se, invece, con competizione si intende “inventare cose nuove e uniche” e quindi non avere praticamente competitors va benissimo, però è strano, o meglio è pericoloso chiamare con la stessa parola cose tanto diverse.

“Ostinarsi a competere, quando si deve cambiare il mondo, porta a quella grande confusione collettiva che si chiama crisi”, scriveva Zanotti in un articolo illuminante del 2011.

Questo concetto è stato ripreso anche da Larry Page (co-fondatore di Google) in una intervista a Wired del 2013:

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“Prateria”: un’opera letteraria e uno dei più bei testi di marketing territoriale

Mi hanno chiesto un consiglio per un testo di marketing territoriale e a mio avviso un testo fantastico, che tutti dovrebbero conoscere è “Prateria” di William Least Heat-Moon.

Non è un testo di economia, né di marketing, ma un’opera di narrativa; un lungo racconto di un piccolo paese sperduto del Kansas, senza nulla di particolare.

Forse la descrizione che ne fa Baricco ci aiuta capire – meglio di quello che potrei fare io – perché questa opera di letteratura è uno dei migliori esempi di marketing territoriale.

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Parole vuote: “valorizzare i prodotti locali”

Molti progetti di sviluppo territoriale e turistico si pongono l’obiettivo di “valorizzare le produzioni locali”, ma un obiettivo come questo è troppo generico e non è sufficiente a indirizzare i comportamenti e le scelte strategiche in un’unica direzione. Questo è emerso in modo estremamente evidente in una ricerca finanziata dalla Camera di Commercio di Trento a cui ho collaborato.

Uno degli obiettivi della ricerca era cercare di capire il punto di vista di operatori e responsabili per capire se l’idea guida del progetto era condivisa: dalle interviste è emerso come il richiamo alla “valorizzazione del territorio e delle produzioni locali” fosse interpretato in modo totalmente diverso dai singoli attori coinvolti. Vediamo i quattro punti di vista emersi e le relative implicazioni.

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Gli albergatori e la maledizione del radiale

Qualche giorno fa Luciano Martinoli ha pubblicato un bellissimo articolo intitolato “La maledizione del radiale” a dimostrazione della valenza strumentale della tecnologia, troppo spesso spacciata come risolutrice di tutti i mali aziendali (Industry 4.0. digitalizzazione delle banche, ecc.).

Cos’è la maledizione del radiale di cui parla Martinoli?

Il radiale è un pneumatico, inventato dalla Michelin, che durava più del doppio di quelli precedenti. Ma non è che la gente ha cambiato le abitudini di guida e si è messa a fare più km. Il risultato è che questa invenzione, in pochi anni, ha messo in crisi il settore dei pneumatici perché le vendite sono crollate.

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Le regole le fa il mercato. E il mercato chi lo fa?

La riflessione di questo post prende spunto dall’articolo “Le regole le fa il mercato, non l’azienda” di Cino Wang Platania pubblicato su SenzaFiltro a giugno 2017. L’articolo è ricco di spunti e sebbene ne condivida appieno il senso profondo, mi pare che alcune frasi siano “ambigue”.

Sono pignolo – lo riconosco – ma penso che l’uso delle parole sia molto importante e se davvero vogliamo cambiare il modo di fare impresa è fondamentale anche cambiare il linguaggio che usiamo per descrivere le nostre azioni.

Una delle frasi che non mi piace, per esempio, è “anticipare i bisogni dei clienti”.

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La domanda dell’imprenditore

Raccogliendo varie testimonianze di imprenditori, mi sono accorto che un problema diffuso di molte aziende è dato dal fatto che gli imprenditori faticano a descrivere in modo chiaro e preciso quello che fanno. Detto in altre parole non sanno esattamente qual è il loro lavoro, al di là di parole generiche che possono voler dire tutto e il contrario di tutto.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio.

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