La qualità paga sempre? Una riflessione a partire dal caso Novo Nordisk

La ricerca e il miglioramento della qualità è considerata, dagli imprenditori, l’elemento prioritario per competere.

E’ quanto emerge dalla ricerca del Rapporto-competitivita-2017 che ha indagato quali strategie le imprese avessero adottato nel corso del 2016 al fine di migliorare la propria competitività.

L’aumento della qualità dei prodotti e l’innovazione di processo e di prodotto sono le strategie indicate con maggiore frequenza (vedi grafico). Questi orientamenti strategici, infine, sembrano destinati a caratterizzare le scelte delle imprese manifatturiere e dei servizi di mercato anche nel corso del 2017: di passa dall’80,6 all’82,1 per cento delle imprese manifatturiere e dal 72,4 al 74,5 per cento di quelle dei servizi).

E’ sicuramente un dato incoraggiante, ma occupandomi di formazione, mi piace sempre cercare nuovi punti di vista e mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

Lasciamo per un attimo perdere il significato di “diventare più competitivi”. Sul tema ho già dedicato un articolo su questo blog in cui riflettevo sul fatto che può significare due cose quasi opposte: A) spinta a innovare, e a differenziare la propria distintività, con prodotti e servizi unici; B) fare le stesse cose un pochino meglio ad un costo leggermente inferiore. E questi due modi di intendere la parola “competitività” implicano scelte strategiche e modi di fare e di pensare molto diversi (con risultati differenti anche sui flussi di cassa).

La domanda che ora mi interessa riguarda il tema della qualità. Fino a che punto a senso spingersi per migliorare la qualità? Ci sono dei limiti?

Questa domanda sembra senza senso, ma vi invito a leggere questo articolo di Luciano Martinoli dal titolo “L’eccesso di qualità non paga”.

Martinoli cita il caso del gigante farmaceutico Novo Nordisk che ha prosperato sul miglioramento qualitativo del suo principale prodotto, l’insulina, vendendolo ad un prezzo sempre più alto. Poi improvvisamente i servizi sanitari nazionali e le assicurazioni hanno deciso che il vecchio prodotto, più economico, era sufficientemente buono per lo scopo. Le conseguenze per l’azienda non si sono fatte attendere: il titolo in borsa crollato e annuncio di 1000 licenziamenti.

La vulgata (e le business school) vuole continui miglioramenti qualitativi in quanto ritiene che siano necessari per mantenere il “vantaggio competitivo”. Ma come questo caso dimostra, vi è un limite. Una lezione che fa riflettere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...