Il limite e la fatica. Riflessioni sull’IA

Fra i tanti temi che riguardano il futuro del digitale, i big data e le nuove frontiere dell’Intelligenza Artificiale (IA) comincia ad essere sempre più pressante il desiderio di costruzione di senso.

Fino a qualche anno fa, quando si parlava di questi temi, il punto centrale era convincere cittadini, politici, aziende e pubblica amministrazione che l’innovazione digitale era il futuro e avrebbe portato grandi benefici.

Ora questo è diventato palese. Non c’è più nessuno da convincere.

Il passo successivo è decidere cosa fare e perché, in altre parole diventa sempre più urgente affrontare in modo adeguato il problema del senso.

Da un lato c’è il tema evidenziato da Luciano Floridi, e cioè che il cambiamento con il digitale è vorticoso, ma il problema non è tanto la velocità, quanto la direzione.

“Immaginiamo –nota Floridi – di essere molto contenti della direzione presa: vorremmo andare ancora più veloci. Il problema è che a volte non siamo tanto sicuri di aver preso la direzione giusta”.

Allora il problema della velocità è questo. È come se uno ti dicesse: “Guarda stiamo andando molto veloci e non sappiamo se c’è un muro alla fine”. Allora sono preoccupato.

Il problema della velocità con cui la tecnologia sta avanzando è perché non abbiamo capito in quale direzione questa tecnologia ci sta portando.

 Lo sappiamo, conclude Floridi, che stiamo andando in una direzione che è favorevole all’ambiente, ai valori umani, ad un altra vita, a meno ineguaglianza? Oppure stiamo prendendo la strada sbagliata? Se noi questo non lo abbiamo deciso e non ce lo stiamo chiedendo in maniera critica, allora la preoccupazione della velocità è altissima.

E’ quindi fondamentale farsi nuove domande, perché le nuove tecnologie e i big data sono solo degli strumenti e non indicano nessuna una strategia futura, come discusso in un post precedente dal titolo: “Galileo e l’industria 4.0”.

A quella riflessione mi pare importare aggiungere ora una considerazione sul tema del limite.

Mi spiego.

Dalla sua comparsa sulla terra (diciamo 100.000 anni fa), fino al secolo scorso, homo sapiens ha sempre cercato di combattere la natura per cercare di sopravvivere: per proteggersi dal caldo e dal freddo, per procurarsi da bere e da mangiare, per difendersi da animali e dagli eventi naturali.

Era l’uomo contro la natura.

Per la prima volta nella sua storia, nel corso del XX secolo, l’uomo si è reso conto che doveva cambiare la sua relazione con la natura, perché altrimenti rischiava di scomparire. Quindi non più l’uomo contro natura, ma l’uomo e la natura insieme. In altri termini, l’uomo si è reso conto che fa parte della natura e sta cercando una nuova convivenza.

Ora con il digitale e l’IA avviene qualcosa di simile a quello che è già avvenuto nel XX secolo e si devono affrontare nuovi problemi che riguardano direttamente la nostra sopravvivenza.

Con le armi atomiche l’uomo ha creato i presupposti per autodistruggersi, ora con l’IA ha creato i presupposti per essere inutile (l’IA può sostituire l’uomo in quasi tutti i lavori, forse in tutti.) Qual è il progetto di umanità che abbiamo in mente? Ci sta bene? E’ fondamentale trovare risposte adeguate.

Con la rivoluzione agricola, l’uomo ha scoperto che poteva avere più riserve di cibo e questo permetteva ad alcuni di non lavorare (nel senso di non lavorare per produrre cibo).

Con l’avvento della stampa, i libri – che prima erano privilegio di pochi – si sono diffusi in moltissime case; forse erano molto più brutti dei libri ricopiati dagli amanuensi, ma era comunque un bel passo in avanti.

Con la rivoluzione industriale, molte più persone hanno potuto avere beni che prima erano a disposizione solo di re e nobili: si poteva lavorare con meno fatica e avere più tempo per pensare, per studiare, fare cose più piacevoli.

E ora? Va bene se fanno tutto le macchine? E noi cosa facciamo? Qual è il progetto perl’umanità del XXI e XXII secolo?

Va bene, per esempio, se le macchine tolgono la fatica, ma solo in certi casi. Infatti, che gusto c’è nell’andare in montagna senza far fatica? O fare sport senza la fatica? E’ chiaro che un robot batte l’uomo in qualsiasi sport e quindi nello sport dobbiamo togliere l’IA per continuare a divertirci. E negli altri campi?

Qual è il limite? Qual è lo spazio di homo sapiens in mondo dove homo sapiens non è più il leader del pianeta perché c’è qualcuno più veloce, più forte, più preciso, più resistente e con più memoria?

Il tema del limite e della fatica mi pare centrale. Per l’apprendimento una certa“fatica” è necessaria e già ora i docenti delle scuole superiori stanno riscontrando maggiori difficoltà nella lettura e nella comprensione un testo, anche da parte degli studenti più bravi: questo avviene in tutti i tipi di istituti, licei compresi. (Vedi la puntata di Presa Diretta del 15 ottobre 2018, in particolare da 1h30′ al 1h46′ ). Sembra assodato che l’uso eccessivo degli smartphone produca danni nell’apprendimento e nella capacità di svolgimento di alcuni compiti.

Diventa evidente che dobbiamo porci un limite, ma per porci un limite dobbiamo avere chiaro il perché e il senso. Con le vecchie tecnologie, potevamo anche non preoccuparci del senso, tutto sommato potevamo fare le cose più o meno inconsapevolmente senza produrre troppi danni.

Ora, con il digitale, sta accadendo quello che è avvenuto con l’avvento delle armi atomiche, quando – per la prima volta nella sua storia – l’uomo ha avuto tra le mani una tecnologia che poteva autodistruggerlo: doveva scegliere se e come usarla.

Con l’atomica devo riflettere prima, non posso provare e poi vedere cosa succede. Con il digitale mi pare che ora siamo in una situazione simile. Siamo andati avanti, ma ora diventa centrale porsi la domanda relativa al limite, a dove ci porta un mondo “leggero” dove tutto è digitale ottenibile senza fatica, dove ci porta un mondo dove l’uomo è sempre meno al centro.

POSTILLA. Un ultima riflessione, ad un livello un po’ più concreto e immediato.

Considerato che l’IA ci può dare qualsiasi risposta e può fare qualsiasi cosa, diventa sempre più importante allenarsi a fare domande.

Sia la scuola tradizionale, così come la maggior parte dei corsi di formazione manageriale, invece, tendono a fornire risposte più che competenze per fare domande.

È sempre più necessario un approccio totalmente diverso: non basta più trovare risposte e soluzioni per cercare di far funzionare meglio il sistema attuale.

Con le nuove tecnologie possiamo fare due cose: o le stesse cose di prima (meglio e più velocemente) o cose completamente nuove. La crisi di questi anni è data dal fatto che abbiamo poca fantasia e tendiamo sempre a fare le stesse cose: dobbiamo invece progettare un mondo radicalmente nuovo.

Abbiamo un armamentario di tecnologie che non si era mai visto prima nella storia dell’umanità e sta venendo fuori che ci manca la tecnologia più importante: come progettarne usi migliori, per creare mondi più liberi e nuovi”, scrive Luciano Martinoli in un suo recente articolo.

La formazione, quindi, deve porsi sempre più questo obiettivo: non tanto dare risposte, ma allenare la mente a porsi nuove domande, aiutare le persone a riconoscere vincoli, pregiudizi e bias cognitivi, fornire nuovi linguaggi per progettare un nuovo Rinascimento.

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