Filosofi e Data Analyst

Recentemente, durante una trasmissione radiofonica di una importante emittente nazionale, si parlava di come la tecnologia sta trasformando il mondo del lavoro.

Tanti lavori spariranno, ma al contempo ce ne saranno di nuovi: molti non siamo neanche in grado di immaginarli, altri invece stanno già emergendo. Per esempio possiamo facilmente ipotizzare che in futuro saranno sempre più ricercati coloro che si occuperanno di analizzare e confrontare i dati: in poche parole i Data Analyst.

Non è importante citare la trasmissione (si dice il peccato, ma non il peccatore). E qual è il peccato in questo caso?

Il peccato (o il problema) è il commento di chi conduceva la trasmissione che invitava i giovani verso lo studio delle materie tecnico-scientifiche: quelle che hanno più futuro.

Mi ha davvero colpito un commento così banale e pericoloso di un/a giornalista importante e seguito/a su una radio che in teoria dovrebbe fare informazione.

Perchè?

I dati vanno interrogati, bisogna pensare, riflettere, avere spirito critico, pensare fuori dagli schemi, porre domande nuove: per fare questo un aiuto può venire anche da artisti, filosofi, letterati, che aiutino a pensare l’impensabile a mettere in discussione l’esistente.

Parlo di commento “pericoloso” perché rischia di accentuare uno dei problemi maggiori dell’odierna istruzione che è l’eccessivo specialismo e la contrapposizione dei saperi.

Si parla tanto di cambiamento, ma spesso restiamo molto alla superficie del problema.

Il ripensamento necessario deve essere profondo e radicale, invece troppo spesso si tentano piccoli aggiustamenti senza mettere davvero in discussione la cornice di riferimento: le “norme” di un certo approccio organizzativo ed economico si danno per scontate, sono talmente incorporate da risultare “naturali”.

In altre parole si parla tanto di cambiamento, ma sempre di tipo 1, e raramente di tipo 2.

Il cambiamento di tipo 1 fa riferimento alle premesse del sistema. Tale tipo di cambiamento una volta messo in atto lascia il sistema invariato.

Poi vi è un cambiamento di tipo 2 che non fa riferimento alle premesse del sistema e quindi dall’interno del sistema può apparire paradossale, illuminante o assurdo. Tale cambiamento cambia il sistema stesso, ma è molto di più difficile.

Di fronte ad un problema, cioè, cerchiamo la soluzione senza mettere in discussione la cornice, come se non si potesse fare in modo diverso.

Come nel gioco dei 9 punti da collegare con 4 linee che anche Marianella Sclavi cita nel suo libro “Arte di ascoltare e mondi possibili”.

Quel gioco è difficile perché in modo “naturale” noi vediamo un “quadrato” e tendiamo a provare a risolvere il gioco stando dentro ai limiti del quadrato. In realtà il gioco si risolve uscendo fuori dai limiti del quadrato.

In questo modo:

Qual’ è il problema? Che il quadrato non è nella realtà. E’ nella nostra testa. Troppo spesso diamo per scontato che certe cose non si possono fare, o pensiamo che non si possano fare diversamente, fino a che qualcuno ci mostra che invece è possibile.

La formazione serve a questo. A vedere i quadrati che abbiamo in testa e che non sappiamo di avere.

Torniamo quindi ai lavori del futuro: i Data Analyst vanno benissimo, ma se il problema principale è quello di far emergere i dati, è necessaria una competenza che diventa sempre più importante: quella di saper porre le domande.

O. Wilde in un suo famoso aforisma scriveva “chiunque può dare risposte ma ci vuole un genio per fare le domande“; una battuta che al giorno d’oggi assume una rilevanza del tutto nuova.

Come tutte le competenze anche quella di fare domande va allenata.

Di fronte ai nuovi problemi posti da Internet, Big Data e Industria 4.0 è sempre più importante una formazione che ci alleni ad affrontare questioni irriducibili andando oltre alla classica separazione tra materie tecnico-scientifiche e umanistiche.

Vuol dire che la capacità di fare domande viene allenata solo dai percorsi di studi classici o umanistici? No! Guai a ricadere in una altro falso mito e in unaltra sterile contrapposizione.

Oggi più che mai è importante a cominciare a costruire un ponte fra linguaggi, molto diversi e lontani.

I linguaggi dell’uomo e i linguaggi della scienza e della tecnica hanno cominciato a separsi nell’800: ora hanno bisogno di incontrarsi di nuovo, per costruire un linguaggio interdisciplinare difficile, ma quanto mai necessario.

La scienza e la tecnica hanno sempre più bisogno di punti di vista diversi e nello stesso tempo le nuove scoperte scientifiche integrano in modo nuovo i saperi filosofici, storici, letterari.

Perché? Perchè è solo l’ALTRO che ci aiuta a vedere il nostro punto di vista e i suoi limiti (e i quadrati che abbiamo in testa!).

Ecco perchè le professioni tecnico scientifiche hanno sempre più bisogno di competenze “altre” che stimolino nuove domande, mettano in discussione l’esistente e aiutano a fare ipotesi, a pensare l’inedito.

Non perchè uno tipo di studio sia meglio di un altro, ma perchè è fondamentale superare lo specialismo. E’ forse un caso che Maria Montessori non fosse laureata in Lettere ma in Medicina? E’ forse pensabile l’informatica senza i contibuti di Russell, Frege, Boole, Godel, che sono in tutti i manuali di storia della filosofia?

E così mi pare assai limitativo pensare ad un data analyst con conoscenze solo tecnico-scientifiche.


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Il limite e la fatica. Riflessioni sull’IA

Fra i tanti temi che riguardano il futuro del digitale, i big data e le nuove frontiere dell’Intelligenza Artificiale (IA) comincia ad essere sempre più pressante il desiderio di costruzione di senso.

Fino a qualche anno fa, quando si parlava di questi temi, il punto centrale era convincere cittadini, politici, aziende e pubblica amministrazione che l’innovazione digitale era il futuro e avrebbe portato grandi benefici.

Ora questo è diventato palese. Non c’è più nessuno da convincere.

Il passo successivo è decidere cosa fare e perché, in altre parole diventa sempre più urgente affrontare in modo adeguato il problema del senso.

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Un luogo che educa alla bellezza

Io penso che questo sia stato il momento, dal punto di vista professionale, più importante della mia vita, perché senza questa domanda uno non è madre, non è padre, non è educatore. D’improvviso la testa mi fu attraversata da questa domanda….

Questo brano è tratto dall’affascinante testimonianza di Mariella Carlotti in un incontro dal titolo “La scuola: un luogo che educa alla Bellezza”.

Mi sono imbattuto per caso in questo bellissimo testo di cui consiglio vivamente la lettura.

Un testo consigliato non solo per tutti coloro che si occupano di formazione, ma anche per tutti coloro che hanno un ruolo decisionale e di responsabilità, in cui la relazione con l’altro fa parte del proprio lavoro; in altre parole per tutti coloro che si chiedono come governare i comportamenti, o per chi almeno una volta nella vita si è chiesto: “Ma come faccio a cambiare l’altro?”.

Perché il problema educativo – continua Carlotti – normalmente può avere due domande: “Come faccio a cambiarlo?” e “Come faccio a cambiare?”. Si educa solo nel secondo caso.

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Sogni d’oro. La storia di Adriano Olivetti, favola vera dell’immaginazione al potere

Fra i tanti contributi, articoli, riflessioni dedicati ad Adriano Olivetti, uno dei miei preferiti è spettacolo teatrale “Sogni d’oro, la favola vera di Adriano Olivetti” scritto da Roberto Scarpa, attore, clown, drammaturgo.

Un monologo che rende in modo emblematico e unico lo spessore e il carisma di Adriano che fu nello stesso tempo imprenditore, politico, urbanista, scrittore, editore, sognatore, amante del design e dell’architettura. Ecco una sintesi del monologo*:

Ci sono molti lavori che mi piacerebbe saper fare ma quello più bello di tutti, per me, è cercare tesori. Partire senza assicurazione, con uno straccio di mappa scolorita,determinati a tornare solo quando il sacco sulle nostre spalle sarà pieno di qualcosa che cambierà la nostra vita.

Anche se, a pensarci bene, non sono sicuro che sia considerato un lavoro… Devo essermi addormentato perché sognai e all’alba del giorno dopo, quando mi sono risvegliato, avevo trovato il tesoro di cui adesso vi dirò…

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Qualcosa di stupidamente intelligente

Ogni giorno computer e robot riescono a compiere nuove attività, in modo sempre più veloce e più affidabile sostituendo le persone anche in attività intellettuali e impiegatizie.

Secondo uno studio della McKinsey del 2017 il 49% dei lavori attualmente svolti da persone fisiche potranno essere automatizzati, comprese professioni insospettabili come contabili, legali, cuochi, chirurghi.

Possiamo quindi, dire che l’intelligenza artificiale ha raggiunto quella umana o addirittura che l’ha superata?

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Il lavoro del futuro

Se avete qualche minuto di tempo guardate questo video di Emilie Wapnick che ho scoperto grazie ad un bell’articolo di Oscar di Montigny.

L’idea di Wapnick parte dal fatto che la domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” non è solo antiquata o inopportuna, è anche altamente dannosa. Ci può spingere a pensare che occorre scegliere un solo lavoro, una sola passione, essere una cosa sola. Ma siamo sicuri che sia così?

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Seminario a Neive (CN), 27 gennaio 2017 (domande, commenti, foto).

Alcune foto del seminario “Nuove mappe per le imprese” che ha visto coinvolti liberi professionisti, responsabili e imprenditori che hanno deciso di prendersi il lusso di una giornata per riflettere sul proprio modo di lavorare, lasciarsi stimolare da nuove domande e far nascere nuovi pensieri.

Seminario27_2

Un grazie a Corrado Morando per le foto e per aver messo a disposizione una splendida location che ha permesso un confronto chiaro, aperto e coinvolgente.

Ecco alcune delle domande che ci hanno accompagnato durante il seminario e che ognuno proverà a declinare nella propria realtà:

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