Un luogo che educa alla bellezza

Io penso che questo sia stato il momento, dal punto di vista professionale, più importante della mia vita, perché senza questa domanda uno non è madre, non è padre, non è educatore. D’improvviso la testa mi fu attraversata da questa domanda….

Questo brano è tratto dall’affascinante testimonianza di Mariella Carlotti in un incontro dal titolo “La scuola: un luogo che educa alla Bellezza”.

Mi sono imbattuto per caso in questo bellissimo testo di cui consiglio vivamente la lettura.

Un testo consigliato non solo per tutti coloro che si occupano di formazione, ma anche per tutti coloro che hanno un ruolo decisionale e di responsabilità, in cui la relazione con l’altro fa parte del proprio lavoro; in altre parole per tutti coloro che si chiedono come governare i comportamenti, o per chi almeno una volta nella vita si è chiesto: “Ma come faccio a cambiare l’altro?”.

Perché il problema educativo – continua Carlotti – normalmente può avere due domande: “Come faccio a cambiarlo?” e “Come faccio a cambiare?”. Si educa solo nel secondo caso.

Nel primo caso si sgrida, si rimprovera, si predica, ma non si educa.

Perché per educare un altro, uno deve essere disponibile a cambiare sè. Il ragazzo che io ho davanti può cambiare perché mi vede cambiare. E uno non sa cosa significa cambiare, può solo vederlo.

E così questa domanda, questa domanda io penso che sia stata la grazia più grande che mi è capitata, perché lì c’è stato il cambiamento di boa della mia vita come insegnante ed educatrice, in casa e fuori casa, perché mi si aprì uno scenario assolutamente nuovo…

Il testo è ricchissimo di spunti. Qui di seguito ne riporto qualche brano, ma consiglio la lettura integrale del testo qui scaricabile.

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“Perché chi fa il mestiere dell’insegnante, della madre, del padre è come Gaudì che costruisce la Sagrada Familia.

Un padre e una madre devono far lo stesso mestiere di Gaudì: devono seminare qualcosa che non vedranno come albero maturo. Perciò devono avere una speranza capace di una grandissima pazienza, perché l’altro cambia in tempi e modi che non dettiamo noi.

Perché l’altro è altro, è il rapporto con il suo Destino, non con me. E io devo aiutarlo ad andare verso il suo Destino e l’unico contributo che io do a questo è il mio cambiamento. Quando uno vive così finalmente si rilassa, si diverte perché non va a scuola avendo continuamente il ricatto dell’altro, ma va a scuola avendo il gusto del proprio cambiamento.

Perché, tra l’altro, questo ricatto è una cosa bestiale, perché quando uno non entra in classe avendo sull’orizzonte il proprio cambiamento ma il cambiamento dell’altro facilmente cade nella pretesa che l’altro cambi come ho in testa io, nei modi e nei tempi che detto io. E questo non succede mai, e così dalla pretesa il passo successivo alla pretesa è il lamento, la rabbia, il risentimento contro l’altro che è così diverso da come lo vorrei.

Invece questa posizione ti mette nella possibilità di capire che il figlio ideale è il figlio che hai, che l’alunno ideale è quello che hai, perché hai quello. E’ ideale non perché va bene così, è ideale perché c’è.

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…Questa è una classe tremenda, ma non esiste nessuna classe tremenda che non ti lascia un’ora. La prima ora tu ce l’hai, dopo non ce l’hai più. Ma la prima ora ce l’hai. Allora io pensai “devo pensare bene come fare la prima ora”.

Allora mi misi alla mia scrivania e cominciai a pensare e mi dissi: “dunque, è una quarta. Il primo argomento che devo fare quest’anno in quarta di italiano è Leopardi”.

Allora scorsi l’elenco: in questa classe c’erano 16 extracomunitari e 15 italiani, ma rimasi colpita dal fatto che tra i 16 extracomunitari c’erano 5 pakistani, e i pakistani da noi sono considerati l’etnia più difficile.

Allora mi domandai – e guardate, erano 2 anni che insegnavo in questa scuola e 16 anni che insegnavo e non me l’ero mai domandato- mi feci una seconda domanda che era fondamentale, mi domandai: “Ma che gliene frega a un pakistano di Leopardi?”. Non me l’ero mai chiesto. Avevo dato per ovvio che gli interessasse qualcosa.

Tra l’altro lì mi resi conto che non mi ero fatta questa domanda neanche per gli italiani, e non è ovvio neanche per gli italiani. Ma per un pakistano era clamoroso.

A un pakistano perché gli dovrebbe interessare Leopardi o Dante o il Risorgimento italiano? E io pensai, ecco se io riesco a spiegare Leopardi a un pakistano, arriva a tutti.

Perciò io devo preparare un’ora per quei 5. Ma alla domanda “ma che gliene frega a un pakistano di Leopardi?” uno ha due possibilità di rispondere a questa domanda. Prima possibilità: andare in biblioteca a studiare la cultura pakistana, cosa passa per la testa a un pakistano. Pensai: “…non ce la faccio. Ma poi, sono così sicura che questo è il metodo?”.

E lì fui graziata da un’altra domanda giusta, perché l’insinuazione di quello chesto dicendo è che il problema dell’educazione è un adulto che abbia le domande giuste. Non risposte giuste innanzitutto, ma domande giuste.

E infatti alla domanda “che gliene frega a un pakistano di Leopardi?” capii che per rispondere a questa domanda dovevo rispondere a un’altra domanda. E l’altra domanda era: “ma a me che me ne frega di Leopardi veramente?”.

Perché lì, per la prima volta, mi accorsi che il ragazzino pakistano che mi sarei trovato di fronte non era il diverso da me, ma era il fondo di me. E se io dialogavo con il mio fondo dialogavo con lui. Che ogni ragazzo che io ho di fronte, ogni persona che io incontro, nella sua abissale diversità da me, io ce l’ho dentro. E per questo gli posso parlare, perché non è uno fuori di me, ma è il fondo di me perché, perché il fondo di me è qualcosa che ho in comune con lui.

È la superficie che è molto diversa per età, per cultura, per religione, per storia e geografia. Ma il fondo di me non è troppo diverso dal fondo di un ragazzo di 18 anni pakistano. E se io arrivo al fondo, arrivo a lui.

E così vi racconto questa lezione, perché per me è stata la lezione, la prima vera lezione che ho fatto in vita mia…

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Finisco, dicendo un’ultima cosa, tanti anni fa – non tanti anni fa, 7 o 8 anni fa – l’ultima volta che ho parlato con Don Giussani, lui di punto in bianco mi domanda, mi dice: “Di tutte le cose che vi ho detto, in tutti questi anni, qual è la cosa più difficile da capire?”.

Mi ricordo che ho sparato un sacco di parole: carità, comunione, amicizia, obbedienza… e ogni volta lui diceva: “Ma va’ ”. Alla fine mi ero stufata e gli ho detto: “va beh, senti, andiamo corto, dillo te”.

E lui mi disse: “La cosa più difficile da capire nella vita è la cosa più ovvia: che la vita è un cammino, che avviene nel tempo, attraverso accidenti, attraverso sentieri tortuosi, perché noi vorremmo tutto subito, e invece avviene tutto molto lentamente e con modi imprevedibili. E oggi nessuno sopporta che la vita sia un cammino, uno non lo sopporta per sè e per questo non sa accompagnare il cammino di un altro. Perché per educare bisogna essere educati noi. È questa è la formula. Per sentire che la vita è un cammino, per avere speranza, per dare speranza, e per sostenere il cammino dell’altro bisogna avere un cammino e avere una speranza”.

“Ma perché?” chiesi.

Mi colpì l’espressione di Don Giussani: “Perché nessuno accetta che la vita sia un cammino? Perché abbiamo tutti voglia di morire e poca voglia di vivere”.

Ecco, per educare bisogna avere voglia di vivere.

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