L’imprenditore come custode

Riporto una sintesi della bellissima intervista di Silvia Pagliuca ad Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Dallara; una intervista che stimola numerose riflessioni per tutti coloro che sono imprenditori e hanno ruoli di responsabilità.

Secondo il McKinsey Global Institute  – chiede Silvia – quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche, nel mondo, tra qualche anno sarà automatizzato.

«Sì, ma attenzione, la tecnologia sarà lo strumento, non il fine. È quell’agente abilitante che ci consente di fare cose che prima erano impensabili, sia a livello progettuale sia produttivo. E tutto ciò rende la fantasia il nostro unico limite. Dunque, l’uomo sarà ancora più importante, a patto, però, che sia formato…. Perché tutti devono tornare a studiare, anche chi riveste posizioni dirigenziali».

Vale anche per lei?

«Certo. Vale per tutti, soprattutto per l’imprenditore che, a mio avviso, ha una responsabilità maggiore rispetto a chiunque altro.

A differenza del manager che deve solo perseguire degli obiettivi, l’imprenditore è un custode, prende un’azienda in consegna e deve restituirla più grande di come l’ha trovata. Non ne è l’assoluto proprietario, o forse lo è solo in maniera formale.

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La formazione per macchine banali

Sul sito di una delle più grandi agenzie di lavoro interinale ho trovato questa frase sul tema “FORMAZIONE” che mi ha lasciato stupefatto (non è importante citare l’azienda, ma riflettere sugli impliciti di questa idea di formazione).

Il nostro team composto da esperti in materia, leader di pensiero, formatori di livello mondiale e designer, incrementa il valore della nostra offerta attraverso un ricco set di soluzioni di apprendimento basato sulla ricerca, garantendo il raggiungimento degli obiettivi“.

Cioè questa azienda garantisce il raggiungimento degli obiettivi in un percorso di formazione!!! Ma come si fa a garantire il raggiungimento degli obiettivi parlando di formazione?

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Sogni d’oro. La storia di Adriano Olivetti, favola vera dell’immaginazione al potere

Fra i tanti contributi, articoli, riflessioni dedicati ad Adriano Olivetti, uno dei miei preferiti è spettacolo teatrale “Sogni d’oro, la favola vera di Adriano Olivetti” scritto da Roberto Scarpa, attore, clown, drammaturgo.

Un monologo che rende in modo emblematico e unico lo spessore e il carisma di Adriano che fu nello stesso tempo imprenditore, politico, urbanista, scrittore, editore, sognatore, amante del design e dell’architettura. Ecco una sintesi del monologo*:

Ci sono molti lavori che mi piacerebbe saper fare ma quello più bello di tutti, per me, è cercare tesori. Partire senza assicurazione, con uno straccio di mappa scolorita,determinati a tornare solo quando il sacco sulle nostre spalle sarà pieno di qualcosa che cambierà la nostra vita.

Anche se, a pensarci bene, non sono sicuro che sia considerato un lavoro… Devo essermi addormentato perché sognai e all’alba del giorno dopo, quando mi sono risvegliato, avevo trovato il tesoro di cui adesso vi dirò…

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Dan Ariely (1): Cosa ci fa apprezzare il lavoro?

Nel post “La conquista dell’abbondanza” segnalavo la difficoltà di trovare contributi interessanti nella rete, sommersi da una quantità praticamente infinita di dati e informazioni poco rilevanti. E’ un problema che riguarda anche gli interventi su TEDx, dove non è affatto facile distinguere e trovare quelli più interessanti. A questo proposito, mi piace segnalarvi quelli di Dan Ariely che ho scoperto recentemente.

In questo intervento, intitolato “Cosa ci fa apprezzare il lavoro?” Dan Ariely riflette su cosa ci motiva al lavoro: non sono solo i soldi, ma entrano tante componenti tra cui l’identità l’orgoglio, la passione, la sfida, il senso.

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Passare dai fatti alle parole

Molto spesso la lamentela più comune verso le classi dirigenti (imprenditoriali e non) è che faticano a passare dalle parole ai fatti. Il classico luogo comune dice che “predicano bene e razzolano male” o che “sono bravi solo a parole” ecc.

Sempre più spesso, invece, mi rendo conto che i fatti che accadono e la crisi di tante imprese (e della politica) è strettamente connessa proprio alle parole usate. I fatti cioè sono legittima conseguenza delle parole e del linguaggio usato: non c’è alcuno scarto.

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Parole vuote: “valorizzare i prodotti locali”

Molti progetti di sviluppo territoriale e turistico si pongono l’obiettivo di “valorizzare le produzioni locali”, ma un obiettivo come questo è troppo generico e non è sufficiente a indirizzare i comportamenti e le scelte strategiche in un’unica direzione. Questo è emerso in modo estremamente evidente in una ricerca finanziata dalla Camera di Commercio di Trento a cui ho collaborato.

Uno degli obiettivi della ricerca era cercare di capire il punto di vista di operatori e responsabili per capire se l’idea guida del progetto era condivisa: dalle interviste è emerso come il richiamo alla “valorizzazione del territorio e delle produzioni locali” fosse interpretato in modo totalmente diverso dai singoli attori coinvolti. Vediamo i quattro punti di vista emersi e le relative implicazioni.

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Magistratura e impresa: due sentenze (non banali) sul ruolo dell’impresa

Il 17 giugno 2017 il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia che il tribunale di Milano ha dato il via libera al licenziamento di un amministratore delegato che creava profitti, ma demotivava i colleghi e «prevaricava ruoli e competenze».

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