Identità e innovazione

Riporto in questo post alcune riflessioni, frutto di un seminario che ho tenuto nel 2009 sul rapporto tra “innovazione” e “identità”. Pur essendo passati alcuni anni, i temi relativi all’innovazione e all’identità sono ancora attuali e ho quindi deciso di riproporli nel blog come stimolo di discussione.

E’ possibile fare innovazione senza stravolgere la propria identità? Che cos’è l’identità? E’ qualcosa da mantenere, da conservare? E’ qualcosa che evolve continuamente? L’identità è definita una volta per tutte? Si può cambiare, innovare, mantenendo la propria identità? Se è così, che senso ha riscoprire la propria identità?

L’ipotesi di fondo che cercherò di sostenere ed approfondire è che l’identità non sia qualcosa di fisso, di statico, di immutabile, ma sia qualcosa di plurale e dinamico. L’innovazione – che è cambiamento – non distrugge l’identità, ma né un aspetto fondante. Senza cambiamento l’identità muore.

Cosa vuol dire che l’identità è plurale? Significa che non ci definiamo mai per una stessa caratteristica.

Una persona, per esempio può lavorare in bar, essere iscritto all’università, giocare a calcio, essere sposato, essere musulmano, italiano e trentino nello stesso tempo. Qual è la cosa che più la definisce? Lo sport, la religione, la nazionalità, la residenza, il lavoro? Forse tutte queste cose insieme e chissà quante altre.

Il problema nasce quando etichettiamo le cose, le persone, i fatti, in modo univoco e definitivo; magari cogliamo un aspetto, ma poi non riusciamo più a capire tutta una serie di fenomeni e le cose sembrano sfuggirci di mano.

Considerare l’identità qualcosa di statico e univoco crea molti di problemi ed è fonte di numerosi conflitti come sottolinea anche Gianluca Bocchi in un saggio pubblicato sul sito di Polemos: “Il focolare e il cosmo” .

La tesi di Bocchi tende a ridefinire la cornice del conflitto di civiltà spostando i termini del problema. Noi tendiamo a parlarne come se il conflitto fosse collocato in poli geograficamente o culturalmente differenti: di volta in volta parliamo di serbi, di croati, di oriente, di occidente, di islam, di cristianesimo.

Si può invece sostenere che ci sia un conflitto più profondo che scompagina il campo, un conflitto fra due nozioni differenti d’identità che possiamo definire come statica e dinamica, come chiusa e aperta.

La prima narrazione ci dice che le identità derivano dalla notte dei tempi e sono esclusive, date dalla religione o dalla lingua, e quindi o si è partecipi di un’identità o non lo si è. La seconda visione ci dice che le identità sono aperte e in continua evoluzione.
Noi sappiamo che la teoria dell’identità statica è palesemente falsa e numerose testimonianze e dati ce lo confermano, ma come è nato questo modo di vedere l’identità?

L’articolo di Bocchi ci aiuta a capire proprio come è nato il concetto di nazione e identità. Se per esempio consideriamo i nostri confini nazionali vediamo che il confine che l’Italia ha con gli stati confinanti è un confine mobile, che è cambiato storicamente, e non è etnico.

Le Alpi, infatti, non dividono mai un’etnia dall’altra, semmai le uniscono. I Tedeschi arrivano fino alla provincia di Bolzano, gli Sloveni sconfinano a Trieste, la Val d’Aosta è di un dialetto imparentato con il francese, anche se non è proprio francese.

I confini d’Italia non sono quindi una linea, sono una fascia; c’è un confine politico, un confine geografico, un confine etnico, ma quello che ora sembra un dato di fatto, in realtà è un prodotto di una lunga e drammatica storia.

Se per esempio consideriamo la storia europea vediamo che il concetto di identità nazionale e di stato-nazione è un concetto determinato storicamente. E’ un processo che nasce dal 1492 ed è terminato più o meno alla fine del ‘600. Fino al 1492 il fatto di vivere in Spagna, per esempio, non dava nessuna comunanza al contadino con il Re o i nobili, o gli intellettuali di Spagna.

L’Europa era tutta un’altra cosa, era un luogo dove c’era una particolare solidarietà tra le classi dei vari stati, i nobili si sposavano tra di loro, gli intellettuali, gli scienziati e musicisti giravano moltissimo.

Copernico, per esempio partì dalla lontana Polonia ed andò a studiare a Ferrara dove pubblicò la sua grande rivoluzione; Cartesio morì a Stoccolma perché doveva andare a insegnare filosofia alla Regina di Svezia alle cinque del mattino d’inverno. Si poteva diventare primo ministro francese come Mazzarino, essendo cittadino italiano.

In Europa non c’erano identità nazionali, c’erano ceti legati da reti, addirittura su scala continentale, e poi c’erano le identità locali. Paradossalmente c’era un’identità europea molto viva, forse più di oggi; tutti sentivano di appartenere a una comunità ben precisa, definita in parte dalla religione e in parte anche dall’eredità classica.

Che cosa succede nel bene e nel male nella storia europea?

Succede un fatto prodigioso: nasce l’idea dell’unificazione verticale della nazione che alla fine fa credere a tutti che il contadino francese abbia qualcosa di maggiormente in comune con il suo conterraneo che con il contadino tedesco.

Questo non è un fatto banale e ha creato le peggiori guerre degli ultimi tre secoli, ma è un fatto che nasce originariamente con un processo costruttivo: fondere insieme le comunità locali con l’idea di un’appartenenza comune ad una nazione.

Bocchi sottolinea come questo processo di costruzione identitaria generi numerosi problemi che nascono quando si cerca di fa coincidere il confine etnico, con quello geografico e nazionale.  Prendiamo, per esempio i Baschi. Per secoli hanno vissuto sui Pirenei parlando in Basco e poi qualcuno dice: “Non va più bene che voi siate Baschi, dovete essere francesi o spagnoli”. E i pascoli montani vengono divisi a metà fra Spagna e Francia.

Il fatto che i confini devono rispecchiare la realtà etnica e nazionale è un aspetto inquietante che ha creato particolari problemi soprattutto nell’Europa orientale dove da secoli c’erano imperi multinazionali che mescolavano le etnie.

Ad esempio a Costantinopoli, che oggi consideriamo semplicemente una città turca, nel 1914 c’erano più Greci che Turchi ed era la più grande città greca al mondo, la più grande città turca al mondo, la più grande città bulgara al mondo, la più importante città armena al mondo.

A Salonicco c’erano Greci, Albanesi, Bulgari, Macedoni, Slavi, ma la maggioranza relativa parlava spagnolo, si trattava degli ebrei separatisti e ancora nel 1912 quando Salonicco è stata conquistata dalla Grecia era di lingua spagnola.

Quindi cosa è successo? È avvenuta quella drammatica serie di guerre dall’indipendenza greca (1830) è arrivata fino alla guerra del Kosovo, che ha messo in conflitto rappresentazioni nazionali contrastanti.

Nel medioevo, per esempio, c’è stato un momento che la Bosnia era serba e uno dove era croata; la Macedonia era prima greca, poi bulgara poi serba. Greci, Bulgari e Croati si scontrano per annettere quei luoghi dove le identità per forza di cose si sovrapponevano.

In seguito, grazie a una serie di condizioni favorevoli che sono state prima l’ombrello americano e poi la caduta del muro di Berlino nel 1989, è successo che 25 stati d’Europa hanno iniziato a riformulare un’altra idea di confine che forse è più legata alla storia europea.

E’ l’idea che se nei luoghi di confine ci sono elementi di cultura italiana, slava, francese o tedesca non è affatto un male, ma si creano delle interazioni culturali innovative che favoriscono anche l’imprenditorialità e la crescita economica. Le statistiche, infatti, dicono che le zone di confine, in Europa, hanno avuto uno sviluppo mediamente più alto delle altre regioni.

In conclusione, quello su cui vorrei puntare l’attenzione con questa parentesi sulla storia europea, è il fatto che l’identità è qualcosa che si costruisce, che muta e non è fissa nel tempo. Quando pretendiamo di renderla fissa e di trovare i caratteri “veri”, fondamentali di un popolo, di nazione (o di una impresa) rischiamo di incorrere in gravi conseguenze assai dolorose.

E questo vale anche per noi stessi. Guai se noi non evolvessimo e non cambiassimo. Pensiamo anche alle nostre cellule. Ogni momento nascono e muoiono cellule nel nostro corpo e fra qualche mese non ci sarà più nessuna cellula che sia uguale a oggi. Eppure diciamo che siamo noi stessi.

L’identità è sempre collegata a qualcosa che cambia e permane nello stesso tempo. L’identità è qualcosa di vivo e quindi in continua evoluzione e trasformazione.

Inoltre, come abbiamo visto per le zone di confine, la diffusione e la circolazione delle idee riveste un ruolo decisivo anche per l’innovazione che non nasce nella testa di un genio isolato dal mondo, ma in un ambiente che stimola e favorisce gli scambi, generando nuovi pensieri e visioni.

Accettare e valorizzare le differenze quindi non è solo eticamente importante, ma è anche cognitivamente importante e vitale per ogni organizzazione. Se riduciamo la varietà culturale riduciamo anche la capacità imprenditoriale e creativa.

3 thoughts on “Identità e innovazione”

  1. Interessantissimo, soprattutto sulla parte di identificazione nazionale ‘guidata’, in opposizione a una identificazione di classe.
    Però… però sull’identità personale, in virtù di un certo tipo di ricerca che non si trova abitualmente, penso di poter dare qualche spunto un po’ più approfondito.
    Se me lo permetti ribloggo il tuo articolo e mi dilungo sulle riflessioni sull’identità che, come hai giustamente notato, già ammorbano il mio blog in ogni dove.

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