Magistratura e impresa: due sentenze (non banali) sul ruolo dell’impresa

Il 17 giugno il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia che il tribunale di Milano ha dato il via libera al licenziamento di un amministratore delegato che creava profitti, ma demotivava i colleghi e «prevaricava ruoli e competenze».

Il manager lavorava per «Aon», uno dei leader mondiali del brokeraggio assicurativo che l’ha assunto nel 2004 e promosso nel 2008 condirettore generale e nel 2012 amministratore delegato della filiale italiana.

La compagnia non gli contesta ruberie o perdite, anzi ascrive «alle sue riconosciute qualità» l’aver conseguito ottimi risultati economici e lusinghieri posizionamenti di mercato.

Eppure lo licenzia con la motivazione che i profitti passerebbero in secondo piano rispetto al «clima inutilmente autoritario» instaurato in azienda, «demotivante», talvolta «prevaricatore di ruoli e competenze, tutt’altro che sereno e costruttivo». E il tribunale di Milano, dopo il ricorso del manager, ha confermato la legittimità del suo licenziamento.

Perché «l’attitudine ad assumere comportamenti prevaricatori, a “fare preferenze”, a bypassare arbitrariamente i responsabili di certe linee», insomma «una gestione manageriale di stampo quasi “familistico”», va «ben oltre l’ipotesi del “capo antipatico”, trattandosi invece della differenza tra autorevolezza e autoritarismo gratuito».

E se il ruolo di amministratore delegato «implica certamente un ampio potere decisionale», per la giudice del lavoro Francesca Saioni l’esercizio di questo potere «non può sconfinare nella mera prevaricazione», che fa venir meno il rapporto di fiducia con il datore di lavoro e giustifica il licenziamento «anche in ipotesi di insussistenza di qualunque danno patrimoniale».

Questa notizia richiama alla mente il caso dell’azienda Gilardoni di Lecco, leader a livello mondiale nella costruzione delle apparecchiature a raggi x installate negli aeroporti di tutto il mondo.

L’azienda era in crescita, ma il clima che si respirava all’interno peggiorava di giorno in giorno a causa del comportamento dittatoriale della nonna-manager a guida dell’azienda. I migliori dipendenti se ne stavano andando e il nipote, socio di minoranza, fece causa alla nonna per «distruzione di valore aziendale».

Oltre a creare evidente disagio ai singoli, infatti, il comportamento della titolare provocava una costante emorragia di personale con immediate conseguenze nell’attività aziendale stessa.

Il giudice, a ottobre 2016, ha accolto il ricorso del nipote ed è interessante leggere le motivazioni contenute nelle quindici pagine del provvedimento così come riportate nell’articolo del Corriere del Sera.

Sono state rilevate all’interno dell’azienda «disagio organizzativo», «negligenza» e «irragionevolezza dell’organo gestorio», «dispersione del “capitale umano”» e per questo si è deciso di revocare il consiglio di amministrazione e nominare Marco Taccani Gilardoni — figlio della presidente e nipote del fondatore — amministratore giudiziario con l’obiettivo di «riportare l’azienda in condizioni di operatività adeguata».

Viene quindi ufficialmente riconosciuto il valore sociale dell’impresa, dove il titolare non può assolutamente comandare a suo piacimento con la classica frase: “qui è casa mia e faccio quello che voglio”.

L’azienda non è mera proprietà privata dell’imprenditore, ma qualcosa di più, il cui valore va tutelato e in casi estremi – come questo – lo stesso titolare può essere allontanato; inoltre la sentenza del caso “AON” mostra come il profitto non possa essere considerato l’unico metro di paragone per la valutazione di un manager: il benessere delle persone che lavorano non è affatto un aspetto secondario.

Due sentenze, non banali, che invitano alla riflessione sul ruolo dell’impresa.

1 thought on “Magistratura e impresa: due sentenze (non banali) sul ruolo dell’impresa”

  1. Pienamente d’accordo.
    Sentenze assolutamente non banali; la qualità dei rapporti umani è il primo dei primi fattori in una azienda degna di essere nominata in tal senso.

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