Due storie di fallimento. Perché cambiare è così difficile anche quando i vantaggi sono evidenti.

FALLIMENTO 1 . La storia seguente è ripresa quasi integralmente dall’articolo “La mia storia di fallimento preferita” di Mirco Di Porzio.

Il Dottor Semmelweis nel 1846 lavorava all’ospedale generale di Vienna. In quel periodo la febbre puerperale faceva stragi: la percentuale di decessi delle donne che partorivano era intorno all’11%.

Un medico molto amico del Dott. Semmelweis stava praticando un’autopsia ad una donna deceduta per cercare di studiare il fenomeno, quando si tagliò leggermente con un bisturi sporco. Nel giro di qualche giorno morì, presentando sintomi simili a quelli della donna.

A questo punto al Dottor Semmelweis venne un’idea: “Ma non è che ci sono delle cosine invisibili che si trasferiscono con il contatto e causano la malattia?”.

Così impose il lavaggio igienico delle mani a chi dovesse toccare le donne che partorivano. Già che c’era, impose anche il cambio delle lenzuola.

Nel giro di 2 anni la percentuale di decessi scese dal 11% alll’1%.

Ma ecco l’errore di Semmelweis: non aveva curato i rapporti con la comunità intorno a lui. La qualità del suo lavoro avrebbe dovuto parlare da sola. Ma non funziona mai così.

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La cooperazione deve essere impura, egoista, triste, e deve rendersi inutile.

Ho ritrovato questi “consigli” in una intervista che feci nel 2008 a Fabio Pipinato, in occasione dell’uscita del libro “Cooperazione: micro suggerimenti per essere / saper essere / saper fare Solidarietà Internazionale”?

Nonostante siano passati 9 anni, i temi che affronta sono sempre attuali e illuminano la nostra relazione con l’altro – sia esso vicino, collega, superiore, cliente – smontando luoghi comuni e usando parole nuove, spiazzanti, vere per parlare della identità, del conflitto, dell’ascolto, della scelta delle priorità, della progettazione, della formazione.

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Homer Simpson, padre irresponsabile

Questo articolo riprende alcuni degli spunti più significativi emersi durante un intervento formativo con gli studenti della terza media sul tema: “il conflitto tra adolescenti e genitori”.

Il seminario è di qualche anno fa, ma gli stimoli sono ancora attuali, non solo per chi si occupa di educazione, ma per tutti per coloro che nelle organizzazioni sono interessati alla formazione, al conflitto, alla relazione (la versione integrale dell’articolo è consultabile sul di Polemos alla pagina: http://www.studioakoe.it/polemos/doc_paper/86.html ).

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Che persone assumo?

Quando un imprenditore deve scegliere un direttore per la propria azienda c’è un problema ricorrente, di cui spesso non si coglie la potenziale pericolosità: assumere chi la pensa esattamente come lui (in particolare per i ruoli più importanti e delicati dell’azienda).

Alter Ego. Per facilitare i rapporti personali, per la speranza di una omogeneità di vedute, di una effettiva interscambiabilità di scelte e decisioni, per un comprensibilissimo bisogno di sicurezza e di tranquillità, l’imprenditore cerca nel manager, il suo clone, il suo “alter ego”.

Credo che molti considerino la cosa come logica e normale, ma cerchiamo di capire i pericoli e vincoli di questa scelta che, evitando di prendere in considerazione una figura sostanzialmente contrapposta, priva l’azienda di una grande opportunità: la complementarietà fra le figure di maggior rilievo dell’azienda.

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Content marketing (e non solo). Quando il maggiordomo è importante come il re.

Internet e i Big Data hanno dato la possibilità di realizzare un sogno che fino a qualche anno fa sembrava impossibile e cioè quello di una biblioteca potenzialmente infinita in cui poter cercare qualsiasi cosa; ma trovare una cosa in un catalogo infinito è impossibile: l’unico modo è inserire dei criteri per delimitare la ricerca e organizzare i dati per poterli poi trovare e utilizzarli.

A questo proposito Erika de Bortoli scrive su Linkedin:

Content is king. Quante volte s’è letto ormai? Se il contenuto regna sovrano, beh, non sottovalutiamo il maggiordomo.

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Identità e innovazione

Riporto in questo post alcune riflessioni, frutto di un seminario che ho tenuto nel 2009 sul rapporto tra “innovazione” e “identità”. Pur essendo passati alcuni anni, i temi relativi all’innovazione e all’identità sono ancora attuali e ho quindi deciso di riproporli nel blog come stimolo di discussione.

E’ possibile fare innovazione senza stravolgere la propria identità? Che cos’è l’identità? E’ qualcosa da mantenere, da conservare? E’ qualcosa che evolve continuamente? L’identità è definita una volta per tutte? Si può cambiare, innovare, mantenendo la propria identità? Se è così, che senso ha riscoprire la propria identità?

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Il ruolo del conflitto e della teoria nell’innovazione

Ancora l’ennesimo post sull’innovazione. Scusate, ma mi pareva importante precisare un aspetto, considerando che spesso vengono citati i casi relativi alla nascita Post It e la scoperta della penicillina, a supporto del ruolo del caso nell’innovazione. Con conseguente corollario, più o meno implicito, sull’impossibilità assoluta di un metodo per innovare.

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