La conquista dell’abbondanza

E’ stato Feyerabend nel libro omonimo del 2002, a usare l’espressione “conquista dell’abbondanza”.

Feyerabend descriveva il processo attraverso cui noi conosciamo qualche cosa che ci si presenta inevitabilmente come abbondante, strabocchevole di segnali e informazioni.

“Il mondo in cui noi abitiamo – scrive – è abbondante al di là della nostra più audace710brs2jLGL immaginazione. Vi sono alberi, sogni, tramonti; temporali, ombre, fiumi; guerre, punture di zanzara, relazioni amorose; ci vivono persone, Dei, intere galassie […] Solo una piccolissima frazione di tale abbondanza influenza le nostre menti. Ed è una benedizione, non uno svantaggio. Un organismo superconscio non sarebbe supersaggio, ma paralizzato”.

Feyerabend si riferisce al processo di semplificazione che opera la scienza per conoscere i fenomeni, ma quest’opera di riduzione della complessità – assolutamente necessaria per conoscere la realtà – oggi assume un significato particolare, perché, per la prima volta nella storia, abbiamo accesso ad una quantità potenzialmente infinita di dati.

Paradossalmente in una biblioteca con una quantità di libri infinita non si potrebbe trovare nulla perché anche il catalogo sarebbe infinito, con infinite pagine. E’ quello che sta succedendo con le ICT, google e i social network.

Ogni giorno  – come scrive Floridi in “La quarta rivoluzione” – viene generato un numero sufficiente di dati da riempire tutte le biblioteche americane più di otto volte.

Abbiamo tutti i dati e le informazioni possibili, studi, ricerche, libri fondamentali per migliorare il nostro lavoro e la nostra vita, ma il problema non è leggerli, ma trovarli!

Si apre, quindi, lo spazio per un lavoro inedito e fondamentale per tutti coloro che si occupano di formazione e consulenza: non solo fornire nuovi contenuti e informazioni, ma aiutare a distinguere a segnalare, a separare, a far risaltare ciò che è più importante e più significativo da ciò che non lo è.

Uso il termine “separare” non a caso: è il secondo dei termini che caratterizza, in Genesi, l’opera creatrice di Dio. Nel capitolo 1, versetti 4-7, infatti, leggiamo che “Dio separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento”.

Il nuovo compito – in un mondo sommerso dai dati –  è questo: separare la massa di informazioni, informe e confusa, in qualcosa di leggibile e ricco di significato; è un compito che al giorno d’oggi, assume una rilevanza assolutamente strategica, importante quanto creare nuovi contenuti.

E’ solo separando e distinguendo che possiamo conoscere e conquistare l’abbondanza strabocchevole di dati e informazioni.

3 pensieri riguardo “La conquista dell’abbondanza”

  1. Senza chiamare in causa le sfere celesti basta ricordare il lavoro di analisi di Aristotele per capire l’importanza delle definizioni e delle distinzioni.

    Sull’argomento della ricerca delle informazioni W. Gibson già in “Luce Virtuale” immaginava posizioni lavorative specifiche per persone in grado di ‘percepire’ le correnti più sottili dell’infosfera e setacciare intuitivamente le informazioni.
    Personalmente però penso ci vorrà ancora un po’, ancora un bel po’ prima che questa fantascienza diventi del tutto reale.

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  2. Due proposte di prospettive differenti.
    La prima riguarda i “dati”. Il mondo non è “pieno di dati”. Il mondo è lì fuori, ed è sempre stato ricco, e noi ne abbiamo fatto da sempre una nostra rappresentazione in termini di dati. Lo abbiamo fatto fin dalla preistoria. La novità di oggi è che abbiamo una tecnologia per produrne più velocemente ma, attenzione, di un tipo molto specifico: quelli rappresentabili numericamente (e con approssimazione finita); detto in altri termini solo i dati rappresentabili in un computer. Ciò è vero che ci da accesso ad una mole enorme di dati ma, in termini qualitativi, di un solo tipo. E’ come se, grazie a big data, cloud, rete, ecc., avessimo una sonda che ci permette di andare in grandissima profondità ma molto sottile, dandoci uno spaccato per nulla ampio. Una sorta di vista a raggi X che se ci permette di vedere attraverso i muri e a lunga distanza i contorni di tutti gli oggetti, anche piccolissimi, non ci consentisse di vedere i colori, le sfumature, le gradazioni di luce, ecc.

    La seconda proposta riguarda la convinzione diffusa, a mio avviso sbagliata, che esista un criterio universale e accettato, o accettabile, da tutti, per stabilire cosa è di “significato” e cosa no. Il significato non è una caratteristica intrinseca dell’oggetto ma dell’osservatore. Essendo tutti gli osservatori diversi ognuno ha capacità di trovare significati diversi nello stesso oggetto. Dunque “aiutare a distinguere a segnalare, a separare, a far risaltare ciò che è più importante e più significativo da ciò che non lo è” significa prendersi la responsabilità di evidenziare ciò che è importante per se stessi (chi fa queste operazioni), non in assoluto. E’ l’atto dell’imprenditore che immerso nella vastità del mondo sceglie per gli altri ciò che secondo lui va bene. Se l’operazione fa “risuonare” i cuori e gli intelletti dei suoi simili ha successo, altrimenti no. Che novità c’è oggi? A mio avviso nessuna se non che grazie all’abbondanza di cui sopra, se pur limitata in qualità, questa responsabilità oggi investe tutti, anche i formatori e chi fa consulenza.

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    1. Luciano, grazie del tuo commento che fornisce ulteriori spunti di riflessione e rende molto più interessante il tema. In particolare mi pare fondamentale la tua riflessione sul fatto che la gran quantità di dati che abbiamo in abbondanza, in realtà sia solo di un tipo solo, e cioè quelli rappresentabili numericamente. La metafora dei raggi X rende perfettamente l’idea. Grazie ancora.

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