Dialogo sulla #competitività

Il dialogo riporta una conversazione che ho avuto qualche mese fa con il responsabile di una Azienda per il Turismo sul tema della competitività, in occasione della preparazione di un convegno in Provincia di Trento.

Il tema può interessare non solo chi si occupa di turismo ma tutti coloro che si occupano di imprenditorialità.

– Caro ***, nel materiale informativo di questo convegno ho letto più volte una parola che non mi piace ed è “competizione/competitività”.

Gli studi strategici sulle imprese (e sui territori se parliamo di turismo) ci dicono che la parola competizione porta alla lunga alla distruzione dell’impresa, perché porta a fare sempre le stesse cose, solo leggermente diverse e con margini sempre più ridotti.

Se, invece, con competizione si intende “inventare cose nuove e uniche” e quindi non avere praticamente competitors va benissimo, però è strano, o meglio è pericoloso chiamare con la stessa parola cose tanto diverse. Ostinarsi a competere, quando si deve cambiare il mondo, porta a quella grande confusione collettiva che si chiama crisi. Che ne pensi?

– (APT) Per quanto riguarda la parola competizione condivido il tuo punto di vista, ma di fatto il mercato è fatto di competizione. Anche nello sport la competizione ha un’accezione positiva se espletata nel rispetto delle regole. Questo è il senso che abbiamo voluto dare.

–  Condivido che il termine competizione non è una “malaparola” e nello sport ha sicuramente un accezione positiva. Però il problema è proprio questo. Il mercato è come lo sport?

Questo concetto è stato ripreso anche da Larry Page (co-fondatore di Google) in una intervista a Wired del 2013:

“Mi preoccupa che qualcosa di gravemente sbagliato sia accaduto nel modo in cui gestiamo le aziende. Se leggete la copertura stampa della nostra azienda, o dell’industria tecnologica in generale è sempre tutto sulla competizione. Le notizie sono scritte come se stessero parlando di un evento sportivo. Ma è difficile trovare esempi di cose realmente formidabili che accadono esclusivamente per la competizione. Come può essere eccitante andare al lavoro se il meglio che puoi fare è annientare qualche altra azienda che fa più o meno la stessa cosa?”

Lo sport è un gioco a somma zero dove uno vince e uno perde. Nel mercato invece non è così: possiamo vincere assieme o perdere tutti. E se tu fa male il tuo lavoro non è detto che io ci guadagni e vinca. Anzi. Soprattutto nel turismo se un albergatore lavora male danneggia tutti i colleghi della zona e viceversa.

Nel mercato ci sono molte più possibilità di quello che si pensa e spesso parlare solo di competizione (che è competizione sull’esistente) toglie capacità di immaginare il futuro in modo diverso. Forse il problema della difficoltà di fare rete è proprio legato al fatto che pensiamo al mercato come una competizione dove c’è uno che vince e uno che perde, e invece possiamo vincere tutti.

– (APT) Sono d’accordo con te. In ogni caso se un mio cliente sceglie di andare a Sharm el Sheik invece che in Trentino, o in Bulgaria a sciare invece che sulle Dolomiti, non puoi pensare che io sia contento e non mi ponga il problema di convincerlo a scegliere me e non i miei competitors. Diverso è dire che altre vallate del Trentino siano miei competitor. In questo caso mi devo alleare con i cugini per vincere assieme.

–   Perfetto. Il problema sta solo nel’uso della parola “competere” che può significare due cose:

A) spinta a innovare, e a differenziare la propria distintività, con prodotti e servizi unici;

B) fare le stesse cose un pochino meglio ad un costo leggermente inferiore. I due modi di intendere la parola implicano scelte strategiche e modi di fare e di pensare molto diversi.

Noi due siamo d’accordo nel pensare che migliorare la competitività sia qualcosa che riguardi A e non B, (il che implica una profonda riflessione sul senso del proprio lavoro). Per esempio l’APT è passata da Azienda di Promozione Turistica che sostanzialmente si limitava a stampare brochure e fare “pubblicità” ad Azienda Per il Territorio che coinvolge tutte le imprese, anche quelle industriali e artigianali per migliorare la qualità della vita dei residenti e quindi anche degli ospiti.

Non riguarda piccole migliorie, ma uno stravolgimento del lavoro rispetto a 15 anni fa. E’ un altro lavoro. Ma, può essere pericoloso usare la parola “competere” perché per molti ha soprattutto il significato B e cioè fare lo stesso lavoro con poche migliorie non sostanziali, lavorando soprattutto sul prezzo. E quanti pensano che il proprio competitor sia l’albergo vicino o la valle vicina?

In conclusione è importante cambiare le parole che usiamo ed essere quasi pedanti nello specificare ciò di cui parliamo, perché “competere” è una parola che usiamo tutti i giorni, su cui c’è un generale accordo, ma che è bene mettere in discussione.

“Competere” nel senso “A” porta a crescere, porta progettualità, entusiasmo, invece “competere” nel senso “B”, porta alla distruzione di ogni margine di profitto e alla crisi.

4 thoughts on “Dialogo sulla #competitività”

  1. Questi concetti sono assolutamente condivisibili e contengono un approccio positivo e costruttivo. Soltanto una domanda: scegliere tra l’approccio A e quello B è solo una questione di gusti oppure coinvolge altri aspetti? Quali? Grazie comunque molto per questo interessante articolo.

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  2. L’approccio B è quello viene dalla visione della strategia d’impresa di Michel Porter: fare strategia, diceva lui oramai trent’anni fa, significa diventare più competitivi dei concorrenti. Ecco, ma questo modo di fare strategia va bene in mercati dove i concorrenti sono tanti ed agguerriti. Dove esiste una forte competizione. Ed è una strategia triste. Quando esiste la competizione occorre diventare più competitivi. Ma la ricerca della competitività è un grande buco nero che assorbe tutto. Prima o poi (più prima che poi) si trasforma in una durissima battaglia di prezzo alla quale nessuno sopravvive.

    Il problema è che la parola competizione è una parola che usiamo quotidianamente e questi due significati, quasi opposti, creano confusione. La cosa fondamentale è chiarire di cosa si sta parlando. Purtroppo il linguaggio spesso crea delle trappole da cui è difficile uscire. La competizione nello sport, per esempio, va benissimo, è stimolante e spinge a migliorare. Il problema è che poi si pensa che il mercato del lavoro sia un gioco a somma zero come lo sport.

    Tornando alla tua domanda se uno ha una idea imprenditoriale, un progetto da realizzare, tende quasi naturalmente verso l’approccio A che è quello che crea ricchezza e margini. Poi col tempo arriverà qualcun’altro che farà la stessa cosa e si inizia a competere, inevitabilmente, nel senso B, fino al momento in cui non si inventerà un nuovo prodotto e un nuovo mercato in cui si è nuovamente unici.

    La cosa fondamentale è considerare, come ho scritto, che nel mercato ci sono molte più possibilità di quello che si pensa e spesso parlare solo di competizione (che è competizione sull’esistente) toglie capacità di immaginare il futuro in modo diverso.

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