Il paradosso del Giappone: debito enorme, rischi minimi e…

IL PARADOSSO. Il livello del debito pubblico in Giappone non ha precedenti, scrive Marcello Minenna in un articolo del Sole 24 ore del 24 dicembre 2018.

 Pari a due volte e mezzo di quanto l’intera economia produce ogni anno – continua l’articoloè di gran lunga il più grande rapporto debito/PIL nel mondo e storicamente è stato rivaleggiato solo dal debito del governo britannico dopo le guerre napoleoniche all’inizio del XIX secolo.

Il debito giapponese inizia a lievitare nei primi anni ’90 quando, dopo lo scoppio dell’enorme bolla immobiliare, l’economia scivola in uno scenario di bassa crescita/deflazione, mentre si susseguono deficit di bilancio mediamente del 5% annuo in tentativi frustrati di rilanciare la crescita. Risultato: in 20 anni il debito/PIL esplode dal 60% al 250% del PIL.

Con il governo che tutt’ora spende un po’ più di quanto tassa ogni anno, il debito giapponese continua ad aumentare seppure a ritmi inferiori.

Nessuno lungo tutto lo spettro delle forze politiche si aspetta un’apprezzabile riduzione del deficit in un tempo ragionevole: le spese sociali e pensionistiche sono considerate una valuta politica molto preziosa nel Paese a più rapido invecchiamento del mondo e quindi sono de facto incomprimibili.

Anche l’avversione alla crescita della pressione fiscale è notevole, perché ridurrebbe la propensione al consumo in un’economia già troppo propensa al risparmio. L’austerity insomma è considerata una curiosa teoria di una frangia libertaria.
Eppure i mercati hanno mostrato per due decenni un’incrollabile fiducia nella capacità prospettica del governo di onorare il servizio di questo debito monstre. Tutt’ora, dopo 30 anni di crescita lenta e di contrazione demografica in atto, i mercati globali vedono lo yen giapponese come un porto sicuro (safe haven).

L’articolo del Sole 24 ore continua andando nel dettaglio sul segreto della solidità finanziaria giapponese, spiegando come il debito sia  detenuto all’88% nelle mani di istituzioni pubbliche o semi-pubbliche (banche, fondi pensione ed assicurazioni) che non sono prone a rivenderli sul mercato secondario.

Ma al di là di questi aspetti “tecnici” l’articolo mi pare fondamentale sottolineare due aspetti.

RIFLESSIONE UNO. Il paradosso – scrive Danilo Taglietti in un suo post su Linkedinnon è il Giappone, ma siamo noi! O meglio lo sono le teorie economiche che regolano la nostra economia e la nostra vita e che il Giappone dimostra false.

Il passo interessante di questo articolo, è proprio questo punto: mostrare come si possa abitare il medesimo spazio con altre logiche.

L’economia, normalmente, è vissuta come un dominio naturale, qualcosa di autonomo e oggettivo, le cui regole vengono man mano “scoperte”, più che inventate.

Invece le regole dell’economia e del mercato le abbiamo costruite e inventate noi, e quindi possiamo crearne delle altre, non sono scritte “nella natura”.

RIFLESSIONE DUE. Un altro aspetto, interessante di questo articolo, che rimane sottotraccia ma mi pare assolutamente centrale è che nonostante la spesa sia aumentata, il PIL non cresce: nonostante continue stimolazioni, la crescita è sempre debole.

In Europa e in Italia si sottolinea che con l’austerity la crescita è bassa, ma aumentando la spesa sarebbe possibile cambiare rotta.

Il caso del Giappone, invece, ci dice anche aumentando la spesa, non c’è crescita.

Inoltre se consideriamo il fatto che la spesa pubblica incide positivamente sul PIL, se considerassimo il PIL “netto” –  senza spesa pubblica – il Giappone avrebbe una crescita ancora più bassa.

Detto in altre parole: il caso Giappone mostra come questo modello economico, basato sulla crescita del PIL non funziona nelle economie mature.

Sia con l’austerity, sia con l’aumento della spesa, il debito aumenta. Il tema quindi, non è sperare nella crescita, ma ridefinire le “regole” e modificare il senso dello stesso gioco economico.

Modificare l’attuale sistema di regole del sistema economico, però, non è facile, perché i sistemi economici non sono sistemi umani.

Cosa vuol dire questa frase ripresa dagli studi di Lhumann?

In estrema sintesi vuol dire che le logiche e le regole che governano il sistema economico non possono essere modificate dai singoli esseri umani che pur li hanno creati e li compongono. Il singolo non può modificare e intervenire in modo direttivo su un sistema che è “chiuso in sé”, al massimo  – scrive Lhumann – può “irritarlo”.

Per fare un esempio il sistema nervoso, il sistema circolatorio e il sistema respiratorio, il sistema immunitario, sono  sistemi che sono in qualche modo collegati, ma ognuno funziona a suo modo, con proprie regole e in questo senso sono sistemi “chiusi”.

Nello stesso modo funzionano ed evolvono i sistemi creati dall’uomo come per esempio il sistema politico, il sistema economico, il sistema scolastico… Anche se ognuno pensa di governare l’altro, in realtà ogni sistema è chiuso e segue le proprie regole che è molto difficile cambiare dall’esterno.

Qui però si apre un ulteriore discorso relativo a come evolvono i sistemi viventi che non è possibile approfondire in questo post.

In questo articolo mi pareva importante solo evidenziare il paradosso e le contraddizioni del nostro modello economico che chiaramente è da ripensare!

I paradossi sono sotto i nostri occhi, ma fatichiamo a vederli.


POST SCRIPTUM

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