La solitudine dei leader

Forse non c’è nulla che annoi maggiormente che scrivere un ennesimo articolo sulla leadership su cui ormai è stato detto tutto e il contrario di tutto. Però, visto che un amico mi chiedeva consigli su questo tema, in particolare “come aumentare la propria leadership”, aggiungo un mio punto vista, spero un po’ diverso dal solito.

UN MODELLO. Quando penso ad un leader mi viene spesso in mente il modello di Gesù Nazereno. Era uno seguitissimo, veniva chiamato Maestro, molte persone avevano cambiato lavoro per seguirlo, i suoi discorsi erano ascoltati da centinaia, migliaia di persone.

Però quando è morto sotto la croce c’erano soltanto un discepolo (su dodici), la mamma e poche altre persone (più che altro donne). Fino a che moltiplicava i pani e i pesci c’erano folle che lo seguivano e lo osannavano, quando ha iniziato ad essere un po’ più scomodo è stato abbandonato da tutti e solo dopo, molto dopo, è stato ri-considerato e seguito.

Questo mi fa riflettere sulla sostanziale solitudine di ogni leader e di ogni persona con responsabilità. Ci sono momenti in cui puoi avere il sostegno di molti, ma in alcuni momenti decisivi ti ritrovi solo con l’angoscia e il peso delle decisioni (pensiamo all’orto degli olivi).

Il consenso deve essere solo l’esito di un lavoro ben fatto e riconosciuto, non può essere l’obiettivo da ricercare. Il leader non è quello con più follower: quando un leader cerca il consenso è la fine! E non può certo essere il consenso il metro di valutazione del suo operato.

IL CASO FUDAI. A questo proposto mi piace citare il caso del sindaco di Fudai, piccola località di 3000 abitanti sulla costa nord-orientale del Giappone.

Il paese fu l’unico della zona a non essere travolto dal terribile tsunami del 2011 che provocò il disastro di Fukushima, grazie a un gigantesco muro fatto costruire negli anni ’70 dal sindaco Kotaku Wamura a protezione della cittadina.

Il sindaco fu deriso e insultato per quella barriera anti-tsunami alta quasi 16 metri, oggi il politico oramai defunto viene celebrato come un eroe.

«Spreco di denaro pubblico»; «una bruttura»; «un’opera insensata e sproporzionata», gli rinfacciavano i cittadini. Il pomo della discordia era proprio il progetto di costruzione di una parete di 16 metri in periferia che doveva difendere la località dalle onde di uno tsunami. Anche perché i villaggi e le città vicine facevano affidamento su strutture di protezione più piccole.

La domanda che tutti si ponevano con insistenza era: «Perché Fudai ha bisogno di una simile costruzione se villaggi e le città vicine avevano strutture di protezione molto più piccole? » Il sindaco, però, non si piegò e non si fece persuadere. La costruzione anti-tsunami da 25 milioni di euro doveva assolutamente essere eretta.

Nel 1896 e nel 1933 uno tsunami uccise centinaia di persone nella regione e per il sindaco Wamura una simile catastrofe non doveva ripetersi più. Nel 1967 iniziò la costruzione del un muro anti-tsunami, l’opera della sua vita. Tre anni dopo essere stata completata decise di dimettersi.

Oggi dai cittadini di Fudai è visto come un eroe; se non altro perché nel frattempo tutti hanno saputo apprezzare la sua politica lungimirante. Sulla sua tomba depongono fiori e doni; pregano e ringraziano.

«Anche se c’è ostilità, abbiate fiducia e finite ciò che avete cominciato», disse Kotaku Wamura il giorno in cui si congedò dai suoi dipendenti. «Vedrete, alla fine la gente capirà».

Questo mi pare un caso esemplare. Il consenso può anche arrivare, ma solo a lungo termine: nell’immediato ci saranno critiche, dubbi, incomprensioni. E solitudine.

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