Università, gli studi belli ma inutili

Propongo un mia riflessione in merito all’articolo di Stefano Feltri, pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 17 agosto 2015 dal titolo: “Università, gli studi belli ma inutili e l’ascensore sociale bloccato.
Gli articoli di Feltri sono spesso stimolanti e provocanti, e quindi importanti. Ma, in questo caso, mi pare che semplifichi troppo, con tutti i pericoli delle eccessive semplificazioni.

Forse il mio commento è eccessivamente lungo, ma il tema mi pare richieda una risposta articolata perché “complesso” (parola a volte abusata ma in questo caso ci sta) e in un problema complesso il nocciolo è tenere insieme le cose, guardare l’insieme, cosa che Feltri perde di vista, proponendo una sterile, quanto datata, diatriba tra studi umanistici e scientifici, studi utili e inutili.
Innanzitutto mi pare fondamentale riprendere quanto scritto in un altro post qui pubblicato scritto da Fumaroli “Il latino contro il digitale”  dove emerge la necessaria complementarietà di tutti i tipi di studi e l’utilità delle cose inutili.
Già in quel testo ci sono tutte le risposte a Feltri, ma di esempi ce ne sono tanti, forse quello più estremo è il caso di Steve Jobs che nel famoso discorso a Stanford racconta come il corso più importante che abbia seguito all’università sia stato il corso di calligrafia: tutto quello che ha imparato in quel corso, bello e inutile, lo ha utilizzato 10 ani dopo per la grafica del primo MAC. Ma lo ha capito 10 anni dopo che era utile.
Il tema fondamentale dell’educazione dei giorni nostri è quello dell’integrazione dei saperi, non di una scelta fra quelli utili e inutili. La scienza e la tecnica hanno sempre più bisogno di punti di vista diversi e le scoperte scientifiche integrano in modo nuovo i saperi filosofici, storici, letterari.
Nell’estate del 2015, il Dipartimento di Oncologia dell’Università Statale di Milano, ha istituito una nuova materia di insegnamento, sottostimata per anni nelle scuole di medicina: l’umanità. Le facoltà di medicina per anni si sono occupate più delle nozioni che gli studenti non hanno che dell’uso che di queste nozioni si fanno.«Oggi è facile togliere un nodulo al seno, ma è difficile toglierlo dalla mente», ripete Veronesi. La nuova oncologia della Statale si occuperà anche di questo.
In sempre più campi è necessaria una ricerca trans-displiciplinare: per esempio in medicina, i biologi hanno sempre più bisogno di lavorare a stretto contatto come i fisici, i fisici hanno bisogno dei matematici ecc.

Le discipline, così come le conosciamo e le studiamo sono nate principalmente nell’800 con la suddivisione dell’università nei vari dipartimenti. Al giorno d’oggi un economista che non conosca i fondamenti delle scienze sociali, l’antropologia, e il funzionamento dei sistemi complessi, e ritenga che l’uomo sia solo un essere razionale che massimizza il proprio benessere ci condurrebbe verso il baratro.

Le scienze che studiano i fenomeni complessi ci danno un grande aiuto, ma vanno ben oltre la semplificazione fatta da Feltri che, oltre che sbagliata, mi pare anche pericolosa. Pericolosa perché rischia di accentuare uno dei problemi maggiori dell’odierna istruzione che è l’eccessivo specialismo e la contrapposizione dei saperi.

Quello che non mi convince in Feltri è che, in modo implicito, sembra abbraccia la teoria del super pollo criticata in modo esemplare da Margaret Heffernan. Ecco cosa dice a questo proposito : “La gestione competitiva dei talenti ha sistematicamente messo gli impiegati l’uno contro l’altro. È ora di sostituire la rivalità tra individui con il capitale sociale. Per decenni, abbiamo cercato di motivare le persone con il denaro nonostante gran parte delle ricerche fatte dimostrasse che il denaro mina le relazioni sociali. Ora come ora, è necessaria la motivazione reciproca degli individui”.
E cosa fa Feltri per invitare gli studenti a scegliere meglio la facoltà universitaria? Usa la leva economica. Non ci siamo!

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