Donne e impresa

Negli ultimi anni il numero di donne che lavorano in ruoli di responsabilità nelle imprese sta aumentando, ma l’aumento della presenza femminile ha cambiato, o sta cambiando, gli stili di leadership e le modalità di fare impresa?

E’ questa la domanda centrale.

Non è importante semplicemente l’aumento del numero di donne che fanno impresa, ma che l’imprenditorialità evolva accogliendo nuove modalità e visioni.

Ripensare l’impresa in una prospettiva di genere significa mettere in discussione quegli aspetti che spesso sono stati presentati come costitutivi immutabili, oggettivi, razionali, mentre invece spesso sono frutto di assunti obsoleti, non provati, e fondati più sulla tradizione popolare che sulla scienza.

E’ necessario, per esempio, ripensare alle modalità organizzative e agli stili di leadership valorizzando  anche dimensioni tipiche del codice materno (empatia, accoglienza, ascolto, cura),  oltre a dimensioni tipiche del codice paterno (rispetto delle regole e dei limiti, rispetto dell’autorità, definizione delle responsabilità, valutazione delle performance).

Non perché il codice materno sia meglio, ma perché se è totalmente assente c’è uno squilibrio che rischia di provocare danni, malessere e malfunzionamenti.

In questa prospettiva ci si può chiedere allora quanto le organizzazioni siano in grado accogliere e valorizzare abilità che molte persone (donne e uomini) sentono come proprie – pensiamo alla cura, all’ascolto, all’accoglienza – ma non trovano spazio in imprese caratterizzate solo dalla competizione esasperante e dal profitto a breve termine.

Quello che sta avvenendo nel mondo della scienza, per esempio, è molto significativo.

Da un lato risulta sempre più evidente come il metodo scientifico non sia stato affatto neutro e “oggettivo” come proclamava, ma abbia sempre privilegiato un punto di vista: quello maschile, o meglio quello di uomini-bianchi-di-classi-medio-alte; dall’altro lato questo approccio ha portato inesorabilmente a una prospettiva parziale che ha impedito la comprensione di alcuni fenomeni a scapito di altri.

Nello studio dei primati, per esempio, spesso i ricercatori hanno proiettato nello studio del comportamento categorie e norme proprie del loro mondo, definendo che il primate femmina è generalmente “ritroso” nel suo comportamento sessuale, e riserva i suoi favori al maschio che si è dimostrato più forte nella competizione con gli altri.

Questa proiezione ha portato a falsificazioni evidenti e solo quando un numero considerevole di studiose si impegnò nella ricerca relativa ai primati, si notò come un comportamento improntato alla promiscuità fosse presente in molte specie.

L’iniziativa sessuale femminile, la promiscuità femminile e altre forme di controllo da parte delle femmine si sono rivelate strutture della vita dei primati ampiamente diffuse: era necessaria la prospettiva delle ricercatrici per notare aspetti dei comportamenti dei primati presenti da sempre.

Inoltre, sono numerose le testimonianze di scienziati che adottano un punto di vista estremamente aggressivo e di dominio nei confronti della natura. Bacone è stato il primo a fissare come finalità della scienza il controllo e il dominio della natura, eppure questo modo di vedere è solo una delle tante possibili letture della scienza e ben lontano dall’essere di genere neutro.

La natura, per Bacone, è la sposa che abbisogna di essere domata, plasmata, e soggiogata dall’intelletto scientifico: “Sono venuto a condurre a te la natura con tutti i figli suoi per vincolarla al tuo servizio e farne la tua schiava”.

Il biologo Painter spiegava ai suoi studenti che “la ricerca è come la caccia al cervo: bisogna essere nel posto giusto e al momento giusto per scorgere la preda ed essere ovviamente muniti di un’arma carica e saperla usare”.

Ma questo è solo un tipo di approccio e non tutti gli scienziati – indipendentemente dal sesso – vivono il proprio impegno in termini antagonistici, come una serie di battaglie, di competizione e respingono appassionatamente la metafora che vuole “la natura avvinta alla ruota e torturata finché non dà le risposte cercate”.

Mi pare un’analogia atroce – afferma Evelyn Fox Keller. E’ come uno stupro. La differenza è come quella che corre tra violenza carnale e amore”.

Come abbiamo visto nel caso dei primati, sono numerosi i casi in cui approcci diversi hanno portato a risultati stupefacenti: approcci più attenti alle diversità che all’uniformità, che prediligono l’ascolto al dominio, modalità che potremmo definire più femminili che maschili.

Si può ad esempio citare il caso la scoperta di Evelyn Fox Keller che ha chiarito misterioso comportamento del Dictyostelium, un organismo ameboide privo del sistema nervoso centrale. Si era sempre pensato che il comportamento di questo micro-organismo fosse guidato da alcune cellule “pacemaker” che ordinavano alle altre di aggregarsi.

Si ipotizzava quindi un comportamento gerarchico, dall’alto al basso e in altre parole di dominio di alcune cellule su altre. Keller ha invece ipotizzato, riuscendo a dimostrarlo, che non c’era nessuna cellula dominante, ma il comportamento era completamente auto-organizzato, dal basso verso l’alto.

Le grandi scienziate, come Fox Keller o McClintock hanno testimoniato modalità peculiari di fare scienza, i cui risultati sono patrimonio comune di tutti coloro che lavorano in ambito scientifico.

Ma se sono passati i risultati, spesso ci si è dimenticati della peculiarità del processo, del fatto che l’innovazione stava nel modo diverso di vedere le cose e che quel modo diverso, in alcuni specifici casi, era legato al codice femminile.

Quello che è accaduto nella scienza è fondamentale che accada anche nel mondo dell’impresa. Se vogliamo davvero innovare, creando un senso di speranza e nuove possibilità per il futuro a cui non siamo più abituati, è fondamentale accogliere e valorizzare nuovi approcci, pensare a nuove modalità organizzative.

Accettare e valorizzare le differenze – anche di genere – quindi non è solo eticamente importante, ma è anche cognitivamente importante e vitale per ogni organizzazione. Se riduciamo i punti di vista e la diversità degli approcci, riduciamo anche la capacità imprenditoriale e creativa.

Riflettiamo brevemente sul tema del potere.

Come il codice materno può aiutare a trasformare e vedere aspetti diversi legati al potere? Per esempio sottolineando sempre di più che il potere può essere associato anche al “generare” e al “prendersi cura” come rileva lo psicoterapeuta James Hillman.

 “Il potere di concepire, di portare a termine, di dar vita e poi di nutrire, proteggere e far crescere un’altra vita, manifesta un genere quotidiano di potere incomparabilmente efficace, come madre se presa alla lettera, e metaforicamente, come modo per esercitare potere da qualche altra parte.

Prendersi cura della continuità, sostenere gli ideali e i valori, nutrire ogni cosa di cui si è responsabili affinché possa fiorire, talvolta a costo di sminuire noi stessi, non significa idealizzare la maternità, ma riconoscere un modello archetipico di potere che raramente trova la strada dei testi di management, tutti focalizzati sulle abilità dell’assertività, sul fronteggiare l’insubordinazione, sulla proiezione dell’immagine”.

In conclusione: abbiamo sempre più bisogno di gestanti e meno di gestori, per riprendere una bella frase di Massimo Ferrario.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.