Il ruolo del conflitto e della teoria nell’innovazione

Ancora l’ennesimo post sull’innovazione. Scusate, ma mi pareva importante precisare un aspetto, considerando che spesso vengono citati i casi relativi alla nascita Post It e la scoperta della penicillina, a supporto del ruolo del caso nell’innovazione. Con conseguente corollario, più o meno implicito, sull’impossibilità assoluta di un metodo per innovare.

E’ vero che questi esempi illustrano come l’innovazione non sia frutto di una programmazione lineare, ma dall’altro lato mi pare importante chiarire che non si può innovare semplicemente “tirando i dadi” senza nessun metodo, come questi esempi possono lasciar insinuare.

Anzi, proprio questi esempi citati ci dicono molto sul metodo per innovare.

Per quanto riguarda i Post it, è vero che si tratta di invenzione nata per caso, frutto di un errore. Ma è un esempio che ci dice molto sulla considerazione e valorizzazione gli errori.

Di fronte a quell’errore (una colla che non incollava), i responsabili non hanno proceduto a criticare e punire chi aveva commesso l’errore. Ma si sono chiesti cosa potevano fare e come valorizzare ciò che ormai avevano in casa. Sarebbe riduttivo dire che è una innovazione nata dal caso; piuttosto è una innovazione frutto di una corretta gestione dell’errore e di una sana gestione del conflitto. In altre aziende dove l’errore viene sanzionato e punito, molto probabilmente si sarebbe tenuto nascosta quell’invenzione fallimentare per paura di eventuali “punizioni”.

Solo in aziende dove c’è una sana gestione dei conflitti, dove non si ha paura del confronto e del contradditorio, c’è spazio per non aver paura degli errori commessi, sapendo che non si viene giudicati per questo, ma sempre ascoltati e tenuti in considerazione.

In questi casi l’errore può essere sempre fonte di riflessione per il management: sia per valorizzarlo sia per capire come mai è accaduto. Solo creando un ambiente in grado di cogliere e valorizzare l’inaspettato, l’innovazione può nascere: non possiamo pre-determinarla in modo assoluto, ma possiamo creare le condizioni perché accada.

Per quanto riguarda invece l’invenzione della penicillina, anche in questa situazione il caso ha avuto un ruolo molto minore di quello che si può pensare. Fleming, infatti, aveva già visto nel 1922 un caso simile a quello che lo aveva portato alla scoperta nel 1928.

In seguito dichiarò: “Se non fosse stato per la mia precedente esperienza, avrei subito buttato via la piastra perché contaminata, come molti batteriologi devono aver fatto prima di me. E’ molto probabile che altri ricercatori abbiano visto in una coltura gli stessi cambiamenti che ho osservato io, ma, in assenza di un interesse particolare per le sostanze antibatteriche naturali, le colture andate a male siano state immediatamente gettate. Invece di eliminare la coltura contaminata, io feci alcuni esperimenti”.

Il merito di Fleming fu di riconoscere ed interpretare adeguatamente osservazioni frutto di circostanze fortuite. L’innovazione non nasce quindi semplicemente da circostanze casuali ma dal saperle “riconoscere e interpretare”.

E per fare questo abbiamo bisogno di nuove teorie, nuove mappe, nuove conoscenze che ci aiutino a vedere ciò che accade, per riconoscere trame e dettagli su di uno sfondo prima inespressivo ed amorfo (per usare le parole di Erika de Bortoli). Per fare questo abbiamo bisogno di nuove teorie, che ci aiutino a vedere quello che non vediamo. Teoria, infatti, deriva dal greco “theorein”, che vuol dire vedere. Lungi dalla essere staccata dalla pratica, la teoria è ciò che ne assegna il valore.

Andiamo in giro con mappe dell’800 e ci meravigliamo che siamo confusi, che non troviamo le strade e fatichiamo a crearne di nuove. Ci servono mappe nuove e solo così potremmo innovare. Perché l’innovazione non dipende mai puramente dal caso. Altrimenti corriamo il rischio di fare come tutti i ricercatori colleghi di Fleming, che avevano visto casi simili ma li avevano gettati perché non erano in gradi di valorizzarli.

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