Il coraggio di riflettere: Sherlock Holmes, Don Milani, Warren Buffet.

Qualche giorno fa su Linkedin, Giorgio Barbetta ha scritto un articolo ricco di stimoli dal titolo provocatorio: “Chi ha il coraggio di riflettere?”. L’articolo di Barbetta prende spunto da un dialogo tra Bill Gates e Warren Buffet (uno dei più grandi investitori di sempre e secondo uomo più ricco del mondo).

“In uno scambio di battute – scrive Barbetta – si evince una cosa formidabile: la risorsa fondamentale di Warren, che preserva come la cosa più preziosa, è il tempo.

E per dimostrarlo fa uscire dalle sue tasche una agendina classica dove trascrive i suoi appuntamenti. La passa a Bill che apre la stessa e si posiziona alla settimana corrente facendo notare una cosa sconvolgente:

“Warren, in una settimana hai 3 meeting appuntati! Really?

Warren Buffet ha tre meeting lungo tutta una fottuta settimana?!?!?!?! Assurdo.

Barbetta commenta a questo proposito: “Ora prendete un middle manager, senza andare a prendere i grandi stregoni con 4 segretarie, e ditemi voi quanto è sommersa la sua vita lavorativa in meeting e quanto è dedicata a riflettere?”

Due sono le cose: o Warren è un scansafatiche e ha poco da fare (poco plausibile io credo) o il nostro modo di gestire il tempo e le cose ha qualcosa che non funziona bene.

Lo vedo con la mia agenda, sebbene non sia un manager affermato, assolutamente, ho un sacco di cose da fare sia in avanti che indietro nel tempo perchè ho una dannata e odiata to-do list … senza soluzione di continuità.

Poi però uno dice: certo che quando arriva un appuntamento stra-importante allora si ridistribuiscono i pesi e quindi metto in cima alla priorità le cose più importanti.

E il tempo? Segue la stessa redistribuzione? Dedico il tempo che serve rispettando il valore di ogni cosa?

No! Perché questo, almeno per me, non si accompagna mai con un slittamento del tempo, mai abbino il tempo da dedicare al valore insito nella cosa da fare.

Se ho tempo, farò.

Ci penserò, intanto faccio questo, sistema quello e arriva il momento in cui non hai più quel tempo necessario per fare la differenza in termini di qualità, non hai più il tempo per dimostrare tutto il tuo valore, non riesci a rendere giustizia alla tua mente, alla tua cultura, al tuo intuito, alla tua capacità di andare oltre.

Perchè? Non hai il tempo per farlo, hai accumulato “time debt”, lo definirei così: Time Debt!

Non abbiamo più il tempo per sgombrare la mente, non abbiam più il tempo per concentrarsi, non abbiamo più il tempo per riflettere serenamente, in pieno burnout.

Che peccato! Beato Warren”.

CITAZIONI. Fin qui il bellissimo articolo di Barbetta che da diversi giorni mi stimola una serie di riflessioni, perché pone in luce, in modo chiaro, netto, l’importanza dell’otium latino, del tempo necessario per riflettere sulle cose, del vuoto che è necessario per poter realizzare qualcosa.

Il pezzo poteva anche intitolarsi “il tempo di riflettere” o qualcosa del genere; ma mi piace la sottolineatura del coraggio, perché il tempo l’abbiamo tutti (abbiamo tutti 24 ore), e forse quello che manca è il coraggio.

E non è neanche banale affermare che fermarsi sia coraggioso!

A questo proposito mi vengono in mente alcune citazioni su questo tema – quello dell’importanza del vuoto, del coraggio di fermarsi per poi realizzare qualcosa di grande; ogni spunto aggiunge un punto di vista diverso, arricchendo lo stimolo iniziale.

Non farò ulteriori commenti, semplicemente elencherò 4 diverse citazioni, presentandole brevemente e poi ognuno farà le proprie considerazioni.

1) La prima citazione è di Luigi Pagliarani che invitava a mettersi in una specie di “gravidanza sentimentale”.

“La gravidanza – scrive Pagliarani – è un attesa che Bion chiama la “capacità negativa“, nel senso che non ha contenuti precisi nella speranza che questi contenuti vengano partoriti.

Mettersi in stato d’attesa, invece, è il modo di collocarsi nel tempo giusto sperando che prima o poi affiori l’indicazione per fare delle scoperte si di sè.

Improvvisamente scopriamo che in noi c’erano delle possibilità, delle richieste, delle idee di cui non ci ritenevamo possessori. E’ possibile così anche una scoperta su di sè, sulla propria vita.

Noi tutti ci imponiamo dei limiti stretti. Ora un limite ci vuole, perché se non c’è un limite non c’è la possibilità di misurare, ma i limiti che siamo abituati ad imporci vanno allargati. …

Perché spesso non sono gli altri, la realtà, a porre limiti, ma ci sono dei limiti stretti che noi per paura si ciamo imposti. Ecco il coraggio di fare quello che va fatto” (tratto da “Educazione sentimentale” di Luigi Pagliarani).

2) La seconda citazione è tratta da un racconto di Sherlock Holmes: “La lega dai capelli rossi”. Anche per il celebre detective inglese, infatti, il fermarsi, il prendersi del tempo per fare altro, senza uno scopo apparente, pare un aiuto indispensabile per giungere alla soluzione dei più intricati misteri.

Il mio amico [Watson si sta riferendo a Holmes] era un musicista appassionato, essendo egli stesso non solo un esecutore di gran talento, ma altresì un compositore di meriti non comuni.

Se ne stette tutto il pomeriggio seduto nella sala del Conservatorio, rapito in uno stato di totale felicità, movendo lievemente le lunga dita sottili a tempo con la musica, mentre la sua faccia, dolcemente sorridente, e gli occhi sognanti erano del tutto diversi da quelli di Holmes il segugio, di Holmes l’implacabile, l’astuto, l’onnisciente investigatore.

Nel suo singolare carattere si alternavano così quelle due nature, e la sua precisione estrema, la sua sagacia costituivano, l’avevo pensato spesso, la reazione all’inclinazione poetica e contemplativa che a volte dominava in lui.

La gamma del suo temperamento versatile lo portava da un eccesso di indolenza a un’energia straripante, e io sapevo perfettamente che Holmes non era mai tanto imbattibile come quando aveva trascorso intere giornate ad oziare nella sua poltrona, tra le sue improvvisazioni musicali e le sue edizioni in caratteri gotici.

Era allora che la frenesia della caccia si risvegliava subitamente in lui, e che il suo brillante potere di ragionatore si elevava al livello dell’intuizione, con tanta forza, con tanta violenza che chi non era al corrente dei suoi metodi finiva col considerarlo quasi con un senso di timore, come un uomo il cui sapere non era simile a quello dei mortali.

Quando lo vidi, così rapito nella musica, quel pomeriggio a St. James Hall, ebbi la sensazione che tempi durissimi stessero maturando per coloro che aveva deciso di sconfiggere.

3) La terza citazone è tratta da uno dei miei film preferiti, Lezione 21, di Alessandro Baricco. Si sta parlando del fatto che Beethoven, prima di scrivere la nona sinfonia, impiegò quasi 10 anni. Dieci anni in cui non scrisse nulla, ormai vecchio, sordo, isolato dal mondo. A questo proposito uno dei protagonisti del film afferma:

“È sempre il vuoto a generare i passi impossibili, quelli di cui non saremo mai capaci.”

4) L’ultima citazione è tratta da una delle lettere di Don Milani, dove il parroco di Barbiana mostra tutto il suo coraggio per poter conquistarsi il TEMPO di cui parlava Barbetta all’inizio: un coraggio che impone delle scelte, provocanti, forse anche non del tutto condivisibili, ma che fanno sicuramente riflettere e interrogano la nostra coscienza.

“Ieri mi ha scritto la maestra della scuola di una parrocchia confinante. Questa parrocchia è vacante, ma non mi è stata affidata. La vecchia maestra si raccomanda piissima e buona perché io faccia la religione anche lì.

I motivi sono seri, la necessità è grande, lo scomodo per me è minimo, il tempo mi avanza, la scuola la faccio sempre volentieri ecc. ecc. Sembrerebbe dunque una cosa da farsi. Ma invece no vado neanche a chiedere il parere di Don Bensi, ci faccio sopra una risata.

Ti pare che io debba allargare la cerchia delle mie attività? No davvero, devo ridurla. Me lo dice tutto un seguito di circostanze, una logica di cose che vale più di una commovente lettera di di una maestra.

Se dovessi dare retta a circostanze così contingenti e fuori programma cioè fuori princìpi, nel giro di un anno mi troverei tutto impelagato nelle attività più varie e assorbenti come un qualsiasi pretuccio di quelli che usano oggi.

Al diavolo quei bambini, ci penserà il loro Angelo Custode a salvarli. Se volevano le mie cure avevano a nascere cento metri più in qua, cioè entro i confini della mia parrocchia (Lettera a Don Ezio Palombo, 7 gennaio 1957).

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