Kodak inventò la fotocamera digitale già nel 1973, ma decise di non produrla

Questa è una di quelle storie da film che ogni tanto emergono dal mondo tech e raccontano di uomini e macchine, visioni e cecità, innovazioni e destini che cambiano.

Si sa che Kodak andò in crisi con l’avvento della macchina digitale; meno famoso è il fatto che fu la stessa Kodak a inventarla nel 1973, ma decise di tenerla nascosta per non mettere in discussione il business delle pellicole.

Nel 1973 la fotografia era tutta macchine meccaniche, otturatori manuali e scelta dei tempi, camera oscura, liquidi per lo sviluppo e carta sensibile.

A quei tempi – racconta Martino de Mori in un articolo pubblicato su Wired nel 2015 – nella già gloriosa Eastman Kodak, leader assoluta nel settore, era appena entrato nell’organico l’ingegnere Steven Sasson che lavorava ad un sistema che catturava la luce in due dimensioni e la trasformava in un segnale elettrico.

In realtà aveva grossi difetti e non si riusciva ad archiviare le immagini, così Sasson provò a catturare e registrare l’immagine attraverso un processo relativamente nuovo per l’epoca: la digitalizzazione, ovvero la trasformazione di impulsi elettrici in numeri.

Questo approccio costrinse Sasson ad aprire un nuovo passaggio tecnologico: trasferire l’immagine in una memoria RAM e da lì su un nastro magnetico digitale.

Nacque così un aggeggio azzurro costituito con un registratore digitale a cassette.

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Era una macchina grossa, pesante, assurda, ma era la prima fotocamera digitale della storia. Acquisiva le informazioni in digitale, le registrava sul nastro e le rendeva visibili su uno schermo tv. Ai tempi non era ancora nato nemmeno il primo computer domestico Apple (arriverà l’anno dopo).

Poteva essere l’inizio di una nuova era, che avrebbe travolto il mondo della fotografia tradizionale come poi è accaduto molti anni dopo. Solo che in Kodak non lo avevano capito, “convinti che nessuno avrebbe voluto guardare i propri scatti su uno schermo”, racconta Sasson.

L’inventore fece una serie di dimostrazioni ai vertici dell’azienda: per uno scatto ci volevano 50 millisecondi, ma per archiviare un’immagine sul nastro servivano altri 23 secondi, poi altri 30 per farla comparire a video, nella forma di un quadrato in bianco e nero da 100×100 pixel.

Non certo il massimo rispetto alle performance di oggi, ma già allora Sasson spiegava che i tempi si sarebbero ridotti e la risoluzione sarebbe aumentata con il progredire della tecnologia.

Basandosi sulla legge di Moore, valutò in 15-20 anni i tempi della rivoluzione e ventilò anche la possibilità di inviare le immagini ovunque attraverso le linee telefoniche. Nonostante questo, e nonostante fosse chiaro che il sistema fosse un nuovo paradigma in campo fotografico, la reazione dei vertici Kodak fu, a essere generosi, tiepida.

Non che bocciarono il progetto, ma una prospettiva temporale del genere non interessava granché a manager che volevano risultati immediati e che 20 anni dopo sarebbero stati chissà dove.

E poi nessuno si era mai lamentato dopo quasi 100 anni di macchine analogiche, pellicole e stampe su carta, settori su cui l’azienda americana esercitava una sorta di monopolio: dalle Instamatic al Kodak Film, dai cubetti per il flash alle soluzioni chimiche, dalle diapositive alla carta, ogni passo del processo fotografico arricchiva i successori di George Eastman fin dal 1888.

Così Sasson venne invitato a proseguire il suo lavoro, cosa che portò al primo brevetto Kodak di una fotocamera digitale nel 1978, la electronic still camera. Ma all’ingegnere fu vietato di parlare e mostrare in pubblico la sua invenzione. Tutto doveva rimanere dentro le mura dell’azienda.

Potrebbe bastare, ma non è finita qui.

Nel 1989 Sasson e il collega Robert Hills crearono la prima reflex digitale, una fotocamera con sensore da 1,2 megapixel, con sistema di compressione delle immagini e archiviazione su memory card. Lo stesso sistema che si utilizza oggi.

Ma anche qui il marketing Kodak si oppose alla commercializzazione, nel timore di erodere i profitti provenienti dalle vendite di pellicole.

Non si tratta interamente di una storia di ottusità manageriale: grazie al brevetto di Sasson, Kodak fece un sacco di soldi, vendendo i diritti di utilizzo della tecnologia digitale alle case che credettero nella rivoluzione della fotografia.

Resta paradossale il fatto che l’azienda di Rochester, pur vedendo passare sotto i propri occhi questa mutazione epocale, si sia limitata a lucrare sul brevetto senza mettersi a produrre fotocamere. Questo fino al 2007, quando il brevetto è scaduto.

E poi? Nel 2012 il ramo fotografia della Eastman Kodak è finito in bancarotta, e ora l’azienda si limita alla produzione di stampanti industriali e professionali e prodotti chimici. Steven Sasson è stato ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Obama, che gli ha conferito la National Medal of Technology and Innovation. La sua prima fotocamera digitale del 1975 è conservata al National Museum of American History.

Cosa può insegnare questa storia alle imprese del mondo di oggi? Almeno due cose.

1) In ogni settore, prima o poi può arrivare una innovazione tecnologica che ti mette completamente fuori mercato, la cosiddetta “maledizione del radiale” di cui parlavo in precedente articolo.

Non conta quanto tu sia importante, unico, e bravo. Pensiamo alla Nokia: negli anni ’90 faceva i telefonini migliori del mondo, poi è arrivato lo smartphone ed è diventata completamente fuori mercato.

L’innovazione tecnologica non è un bene o un male, semplicemente esiste e dobbiamo farci i conti; dobbiamo mettere in conto che il vantaggio competitivo che può avere un’azienda in dato momento storico, non dura molto.

E’ necessario ripensare continuamente qual è il proprio core business: quello di adesso non può essere quello di 10-15 anni fa.

2) Attenzione al pericolo del miglioramento continuo: la qualità spesso non basta.

La Kodak non è fallita per un problema legato alla qualità del prodotto, così come la Nokia non è andata in crisi perché i telefonini erano scadenti.

Semplicemente il loro prodotto non interessava più nessuno perché sono nate innovazioni tecnologiche (macchina digitale e smartphone) che hanno creato nuovi prodotti e nuovi mercati.

Il miglioramento qualitativo dei propri prodotti e servizi è importante, ma attenzione a non “affezionarsi” troppo al proprio prodotto.

Per quanto la Kodak facesse un prodotto eccellente questo non è bastato a salvarla: è fondamentale essere pronti a rivedere il proprio modello di di business (anche se ha funzionato per oltre 100 anni).

Questo può significare rinunciare alla propria storia, alle proprie radici, alla propria tradizione: è sicuramente doloroso e traumatico, ma la vicenda della Kodak è esemplare e ci insegna che è fondamentale essere pronti, anche psicologicamente, ad abbandonare quanto di più caro abbiamo.

L’imprenditore, come un novello Abramo, prima o poi, deve disposto a spostare la propria tenda, a rinunciare a quello che ha realizzato fino a quel momento per cercare “cieli e terre nuove”. Come i profeti, anche gli imprenditori devono essere sempre in cammino!

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