Dai cavalli alle comunità: evoluzione del ruolo manageriale

Condivido con piacere questo articolo di Alessandro Cravera che propone una interessante riflessione sul ruolo del Manager. Aggiungendo una divertente, ma non banale, spiegazione etimologica.

Competere nella complessità

kebio_maneggioQual è lo scopo di un manager nei confronti del proprio team? Si prendano ad esempio queste due differenti interpretazioni (Figura 1).

Figura 1 : Due interpretazioni del ruolo manageriale

ruolo manageriale

Di fronte a questa duplice visione di ruolo, i manager tendono a polarizzarsi. Vi sono alcuni che scelgono, senza alcun dubbio, la versione di sinistra, altri, altrettanto senza esitazione, quella di destra. Fanno quindi lo stesso mestiere ma, di fatto, compiono gesti e azioni molto differenti tra loro.

Una delle ragioni di questa eterogeneità risiede nel fatto che si tratta di un mestiere in transizione. Gestire un gruppo di persone oggi è molto diverso rispetto a venti, quaranta, cento o cinquecento anni fa. Tutti i mestieri hanno subito grandi evoluzioni nel corso degli anni. Tali cambiamenti sono stati però in larga parte generati dall’utilizzo di strumenti diversi, non hanno modificato lo scopo profondo della professione. Un costruttore di cattedrali del…

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Passare dai fatti alle parole

Molto spesso la lamentela più comune verso le classi dirigenti (imprenditoriali e non) è che faticano a passare dalle parole ai fatti. Il classico luogo comune dice che “predicano bene e razzolano male” o che “sono bravi solo a parole” ecc.

Sempre più spesso, invece, mi rendo conto che i fatti che accadono e la crisi di tante imprese (e della politica) è strettamente connessa proprio alle parole usate. I fatti cioè sono legittima conseguenza delle parole e del linguaggio usato: non c’è alcuno scarto.

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Magistratura e impresa: due sentenze (non banali) sul ruolo dell’impresa

Il 17 giugno 2017 il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia che il tribunale di Milano ha dato il via libera al licenziamento di un amministratore delegato che creava profitti, ma demotivava i colleghi e «prevaricava ruoli e competenze».

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La Cappella Sistina fu dipinta da uno scultore

Si parla sempre più spesso del fatto che la diversità di visioni e di esperienze siano un valore e del fatto che un candidato non debba “necessariamente” provenire dal business specifico dell’azienda per cui stai facendo la ricerca.

A sostegno si questa tesi ci sono numerose ricerche che confermano come il pensiero laterale o il “thinking out of the box” sia una competenza fondamentale da utilizzare nelle procedure di selezione, ma senza rivolgersi ai soliti “americanismi” è sufficiente ricordare come l’autore della Cappella Sistina, capolavoro invidiatoci da tutto il mondo, sia stata fatta da uno scultore, Michelangelo Buonarroti, non da un pittore.

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Le regole le fa il mercato. E il mercato chi lo fa?

La riflessione di questo post prende spunto dall’articolo “Le regole le fa il mercato, non l’azienda” di Cino Wang Platania pubblicato su SenzaFiltro a giugno 2017. L’articolo è ricco di spunti e sebbene ne condivida appieno il senso profondo, mi pare che alcune frasi siano “ambigue”.

Sono pignolo – lo riconosco – ma penso che l’uso delle parole sia molto importante e se davvero vogliamo cambiare il modo di fare impresa è fondamentale anche cambiare il linguaggio che usiamo per descrivere le nostre azioni.

Una delle frasi che non mi piace, per esempio, è “anticipare i bisogni dei clienti”.

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Progettare vs Decidere

Mi piace riflettere su queste parole di Jeff Bezos – fondatore di Amazon – che rappresentano magistralmente quanto sia fondamentale e possibile orientare le aziende al long-term (riprendo questo testo dal post di Giorgio Barbetta).

Intervistatore: complimenti per i risultati di Amazon dell’ultimo trimestre

J.Bezos: “Fully backed 2 years ago” (risultati costruiti due anni fa)

Intervistatore: prossimo trimestre?

J.Bezos: andato, ora siamo presi per il quarter del 2020

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Ossessionati dalle misure

“Ossessionati dalle misure, è così che ci siamo ridotti. Taglie, altezze, pesi, voti, resoconti”.

Quello che scrive Stefania Zolotti nell’Editoriale n. 49 di SenzaFiltro pone l’accento su un problema centrale delle organizzazioni.

Di fronte alla crisi i manager sono sempre più ossessionati dal numero e dalle misure, ma questo non risolve il problema anzi nè la causa. Non si tratta di trovare un un sistema per misurare in modo diverso, ma semplicemente è necessario buttare i numeri.

Quando mi relaziono con una persona o con una organizzazione non sto misurando, ma genero qualcosa che non esisteva.

Quindi costruiamo un altro linguaggio e abbandoniamo la parola “misurazione” che ha senso solo in sistemi di fisica classica dove conosciamo tutte le variabili e l’interferenza del misuratore è trascurabile.

Sull’insensatezza delle misurazioni “scientifiche” applicate a sistemi umani consiglio anche la lettura di questo post di Francesco Zanotti: http://balbettantipoietici.blogspot.it/2017/05/la-scienza-bistrattata-milano.html . Zanotti prende spunto da una frase del sindaco Sala, per sottolineare come la misurazione “scientifica”, sia comunque sempre intrisa di soggettività.

“Per misurare scientificamente un qualunque aspetto di una realtà complessa come una città, dobbiamo sapere come è fatta. Dobbiamo scegliere un modello di quello che vogliamo misurare. Ora, a meno che la cosa da misurare non sia il numero di scarpe del sindaco, in ogni sistema complesso la scelta di un modello per descriverlo è assolutamente soggettiva e non oggettiva. Cioè: la prima soggettività emerge nella scelta delle cose da misurare. Poi dobbiamo scegliere un’unità di misura e definire il processo di misura. Ed anche qui, soggettività a palla…”.

In conclusione non si tratta di trovare metodi per misure e numeri più affidabili. Si tratta di buttare a mare i numeri e fare altro. Per esempio mobilitare e non misurare le persone, valorizzarle e non valutarle, proporre sogni e non obiettivi da realizzare.

La lezione di Tesla (anche per le PMI italiane)

Qualche giorno ha fatto scalpore la notizie che Tesla ha superato in Borsa Ford e GM è ed l’industria automobilistica con maggior capitalizzazione.

E questo nonostante i numeri siano tutt’altro che rilevanti: 7 miliardi di dollari e perdite per 700 milioni laddove i titolati concorrenti, GM, FORD e FCA, hanno fatturato tutti più di 100 miliardi con un utile complessivo di oltre 10.

Alcuni parlano di semplice bolla finanziaria, altri invece, tra cui il New York Times, sottolineano il carattere “imprenditoriale” di Tesla. Per questi ultimi, infatti, non conta il passato, ovvero ciò che ha fatto finora Tesla in termini di fatturato, utili/perdite, auto vendute, ma ciò che sta dimostrando di poter fare in futuro . Continua a leggere “La lezione di Tesla (anche per le PMI italiane)”

La domanda dell’imprenditore

Raccogliendo varie testimonianze di imprenditori, mi sono accorto che un problema diffuso di molte aziende è dato dal fatto che gli imprenditori faticano a descrivere in modo chiaro e preciso quello che fanno. Detto in altre parole non sanno esattamente qual è il loro lavoro, al di là di parole generiche che possono voler dire tutto e il contrario di tutto.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio.

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L’organizzazione non è una macchina

In questo post mi piace riflettere sulla metafora meccanicistica: una delle più usate quando ci riferiamo all’impresa, se pensiamo ad espressioni come “la macchina deve ripartire”, “qualcosa si è inceppato”, “il motore dell’azienda”, “la macchina burocratica”, “l’organizzazione gira come un ingranaggio perfettamente oliato” ecc.

La metafora ha un ruolo importante e diversi studi mostrano come eserciti una influenza sul mostro modo di pensare e concepire il mondo. Da una parte ci permette di capire cose importanti dall’altra è sempre fuorviante perché incompleta e falsa.

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