Dan Ariely (1): Cosa ci fa apprezzare il lavoro?

Nel post “La conquista dell’abbondanza” segnalavo la difficoltà di trovare contributi interessanti nella rete, sommersi da una quantità praticamente infinita di dati e informazioni poco rilevanti. E’ un problema che riguarda anche gli interventi su TEDx, dove non è affatto facile distinguere e trovare quelli più interessanti. A questo proposito, mi piace segnalarvi quelli di Dan Ariely che ho scoperto recentemente.

In questo intervento, intitolato “Cosa ci fa apprezzare il lavoro?” Dan Ariely riflette su cosa ci motiva al lavoro: non sono solo i soldi, ma entrano tante componenti tra cui l’identità l’orgoglio, la passione, la sfida, il senso.

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Il margine: luogo privilegiato per la bellezza, l’innovazione e l’apprendimento.

“Ho sempre amato i luoghi di confine tra due culture: Trieste il mare e la Mitteleuropa; Venezia che non appartiene al Veneto ma all’oriente; la Provenza, uno dei tanti sud del mondo, un ponte tra l’Italia e la Spagna, una Francia lenta, ebbra dei suoi paesaggi, intrinsecamente meridionale nello stile di vita; l’Andalusia araba; la mia amata Sicilia, greca, araba e normanna, spagnola, barocca nei suoi dolci e nei suoi palazzi , un pezzo di medioriente in Europa.

Cosa hanno questi luoghi in comune?

Sono tutti luoghi bellissimi, ma soprattutto sono luoghi di contaminazione, dove le culture si sono mescolate, arricchite, integrate”.

Questo scriveva Paolo Broccoli in un bel post su Linkedin.

IL MARGINE. Alla riflessione di Broccoli aggiungo un mio personale punto di vista: che ciò che caratterizza questi luoghi – che sono luoghi di confine – è il fatto di essere al margine.

Il margine è sia una parola negativa, come nell’espressione “essere al margine”, perché indica la periferia, la non centralità, l’essere escluso. Ma “avere margine” indica una potenzialità, una possibilità.

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Non penserai mica che Mario entri in fabbrica?

Bellissima intervista di Stefania Zolotti a uno dei padri dell’industria italiana: Mario Carraro.

Una intervista lunga, profonda, talmente bella che non vorresti che finisse mai. Una lettura diversa dal solito per riflettere sul mondo del lavoro, con un linguaggio schietto, diretto, oltre i classici luoghi comuni.

“Ho un ricordo chiaro. Anni ’60, Fiera di Padova, presentavano la prima fotocopiatrice Xerox. Ci andai con il nostro Amministratore delegato che disse “Se fossimo più grandi potemmo comprarla”. Gli risposi che l’avrebbe avuta il giorno dopo perché quella per me era uno strumento di comunicazione e non solo una fotocopiatrice. Ci avremmo potuto riprodurre lucidi, far viaggiare il nostro messaggio, usarla per le nostre presentazioni. Dopo sei mesi ne comprammo una seconda perché la prima era sempre intasata di richieste

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Nessuno è necessario, ognuno è indispensabile

Ogni buon manuale di management insegna che nessuna persona dell’organizzazione dovrebbe essere indispensabile.

E’ facilmente comprensibile come la presenza di persone “indispensabili” crei tanti problemi organizzativi. Cosa succede se si ammalano? Se vanno in ferie? Se hanno un impegno? Se cambiano azienda?

Quello che è perfettamente logico e razionale da un punto di vista dell’organizzazione cambia molto dal punto di vista individuale: infatti, quella di rendersi insostituibili, è una tentazione molto forte che serve a placare l’ansia, a esorcizzare la paura di restare senza lavoro e a dare un senso e un fine a quel che si fa, come scrive Annamaria Testa nell’articolo Resistere alla tentazione di sentirsi indispensabili.

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Leader di settore e numeri due

Siamo circondati da aziende che si dichiarano leader di settore. Enrico Verga in un suo post su Linkedin si chiedeva ironico se esiste una azienda che NON sia leader del suo settore?

“Perchè tra Facebook, Twitter, Linkedin ogni volta che leggo in italiano o inglese la short bio di un azienda leggo sempre “leader di settore o azienda Leader. Cioè seguendo questa logica dovremmo avere non 1 ma 1 milione di Microsoft, non 1 ma 1 milione di Apple ( x usare due esempi a mio avviso importanti nei loro settori). Non so, forse capita solo a me di incappare in aziende leader ?”

La provocazione di Enrico Verga è interessante perché evidenzia come l’affermazione “leader di settore” sia una espressione ormai logora, banale, e non aggiunga nessuna informazione in più.

Una soluzione potrebbe essere quello dire la verità: non c’è nulla di più spiazzante e inatteso.

Forse la campagna pubblicitaria di AVIS degli anni ’60 – in cui l’azienda ebbe il coraggio di dichiararsi n. 2 del settore – ha ancora qualcosa da insegnare alle imprese di oggi.

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PMI in crescita a doppia cifra e multinazionali in crisi

Da qualche mese i media ed i politici ci comunicano che la produzione sta aumentando e che, di conseguenza, la crisi ormai dovrebbe essere superata. È vera questa cosa? Solo in parte.

Quello che non ci dicono, infatti, è che questi dati sono “aggregati”. Ovvero esprimono un valore generato complessivamente dalle aziende italiane, senza specificare l’aspetto più interessante: quello che sta realmente accadendo – come ha evidenziato anche Fabrizio Cotza in un bel post sul Linkedin – è che poche aziende stanno crescendo a doppia cifra (quindi ben più degli striminziti zero virgola qualcosa dei dati aggregati), mentre la maggior parte sta ancora soffrendo e continua ad essere a rischio.

Ma chi è che cresce maggiormente?

A dispetto di quanto si possa credere alcune PMI crescono molto più delle multinazionali.

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La qualità paga sempre? Una riflessione a partire dal caso Novo Nordisk

La ricerca e il miglioramento della qualità è considerata, dagli imprenditori, l’elemento prioritario per competere.

E’ quanto emerge dalla ricerca del Rapporto-competitivita-2017 che ha indagato quali strategie le imprese avessero adottato nel corso del 2016 al fine di migliorare la propria competitività.

L’aumento della qualità dei prodotti e l’innovazione di processo e di prodotto sono le strategie indicate con maggiore frequenza (vedi grafico). Questi orientamenti strategici, infine, sembrano destinati a caratterizzare le scelte delle imprese manifatturiere e dei servizi di mercato anche nel corso del 2017: di passa dall’80,6 all’82,1 per cento delle imprese manifatturiere e dal 72,4 al 74,5 per cento di quelle dei servizi).

E’ sicuramente un dato incoraggiante, ma occupandomi di formazione, mi piace sempre cercare nuovi punti di vista e mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

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Sapere cosa si sta facendo

Le imprese sono sempre più ossessionate dal tema delle misure (e del controllo), ma  di fronte a sistemi complessi come sono le organizzazioni il punto non è trovare nuovi protocolli o misure più attendibili, ma cercare nuovi linguaggi e nuove pratiche.

Ecco come affrontava il tema Karl Weick in uno dei più bei libri di Management: Organizzare. La psicologia sociale dei processi organizzativi.

In una pagina in cui descrive il pesce “mexican sierra”, mostra come la pratica della misurazione descriva solo una minima parte della realtà, forse la meno importante. E per farlo la trasforma, con un impatto tutt’altro che neutro!

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Un premio per chi cerca di inventarsi un nuovo mondo

Una bellissima analisi di Luciano Martinoli cerca di comprendere come mai in borsa aziende che fanno soldi vedono l’azione scendere, chi ne perde e si indebita e la vede salire.

Il punto di vista da accogliere per comprendere questi fenomeni è l’esistenza, e la loro qualità, dei progetti di sviluppo.

Il mercato, l’economia, la società intera chiede alle aziende che hanno creato questo mondo – che sta morendo di una fisiologica perdita di senso (nulla è per sempre) – di inventarne un altro.

E la finanza premia chi cerca di inventarsi un nuovo mondo: https://lnkd.in/gbVi3SF .

Il paradosso del potere

Una sintesi dell’articolo di Annamaria Testa sul “perché le persone di potere badano solo a se stesse” e una riflessione per superare la situazione attuale.

“Che cosa frulla nella mente delle persone di potere? Ce lo domandiamo – e capita non di rado – quando i loro comportamenti ci appaiono contraddittori, o poco comprensibili, o così arroganti da essere difficili da sopportare. Un recentissimo articolo uscito sull’Atlantic ci invita a porci la domanda in termini più radicali: che cosa accade al cervello delle persone di potere?

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