Il nuovo ruolo dell’imprenditore – Seminario a Santarcangelo di Romagna (RN)

L’idea base del seminario

C’è un disallineamento tra quanto la scienza sa e ciò che le imprese praticano. Ci sono tante scoperte delle scienze sociali – psicologia, neuroscienze, antropologia, filosofia, scienze della complessità ecc – che dimostrano tante cose su come siamo fatti e su come ci comportiamo, come apprendiamo, come motiviamo le persone, a quali condizioni possiamo creare qualcosa di nuovo e innovare.

Ebbene, spesso facciamo l’opposto. Non perché siamo stupidi o cattivi. A volte è proprio il buon senso o l’intuito che ci frega.

Il buon senso era anche quello che ci faceva credere che la terra fosse piatta oppure che fosse il sole a girare intorno alla terra. Non sembra forse cosi?

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L’imprenditività è un falso miraggio

Articolo pubblicato su “Senzafiltro” il 14 settembre 2016

Da diversi anni seguo e progetto corsi di formazione per disoccupati e più di una volta mi sono chiesto se avesse senso questo tipo di formazione: investire risorse sull’orientamento creando tante aspettative in un mercato del lavoro piuttosto fermo.

In particolare ho qualche dubbio sull’insistere, come fanno diversi orientatori, sul concetto di “imprenditività”:  sul fatto cioè che la persona che cerca lavoro debba aver un atteggiamento “imprenditoriale”, attivandosi per far accadere qualcosa senza aspettare che il lavoro cada dall’alto.

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Qualcosa di stupidamente intelligente

Ogni giorno computer e robot riescono a compiere nuove attività, in modo sempre più veloce e più affidabile sostituendo le persone anche in attività intellettuali e impiegatizie.

Secondo uno studio della McKinsey del 2017 il 49% dei lavori attualmente svolti da persone fisiche potranno essere automatizzati, comprese professioni insospettabili come contabili, legali, cuochi, chirurghi.

Possiamo quindi, dire che l’intelligenza artificiale ha raggiunto quella umana o addirittura che l’ha superata?

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Il lavoro del futuro

Se avete qualche minuto di tempo guardate questo video di Emilie Wapnick che ho scoperto grazie ad un bell’articolo di Oscar di Montigny.

L’idea di Wapnick parte dal fatto che la domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” non è solo antiquata o inopportuna, è anche altamente dannosa. Ci può spingere a pensare che occorre scegliere un solo lavoro, una sola passione, essere una cosa sola. Ma siamo sicuri che sia così?

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Leadership: non c’è rispetto, senza conflitto

Questa riflessione prende spunto da un bell’articolo di Riccardo Bordignon sulla leadership.

Bordignon scrive una frase, per niente banale, che mi piace riprendere e approfondire: “La leadership ha a che fare con il rispetto, con l’accettazione della diversità dell’altro e la consapevolezza che rappresenta una ricchezza, ha a che fare con la cultura e la crescita personale”.

Cosa significa che la leadership ha a che fare con il rispetto? Che cos’è il rispetto?

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Dan Airely (2): Abbiamo il controllo sulle nostre decisioni?

Nell’ultimo post segnalavo un intervento di Dan Airely sul tema della motivazione.

In quest’altro video, invece, Dan Airely mette in luce alcune scoperte dell’economia comportamentale, sottolineando come le nostre decisioni siano molto meno razionali di quello che pensiamo.

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Dan Ariely (1): Cosa ci fa apprezzare il lavoro?

Nel post “La conquista dell’abbondanza” segnalavo la difficoltà di trovare contributi interessanti nella rete, sommersi da una quantità praticamente infinita di dati e informazioni poco rilevanti. E’ un problema che riguarda anche gli interventi su TEDx, dove non è affatto facile distinguere e trovare quelli più interessanti. A questo proposito, mi piace segnalarvi quelli di Dan Ariely che ho scoperto recentemente.

In questo intervento, intitolato “Cosa ci fa apprezzare il lavoro?” Dan Ariely riflette su cosa ci motiva al lavoro: non sono solo i soldi, ma entrano tante componenti tra cui l’identità l’orgoglio, la passione, la sfida, il senso.

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La conquista dell’abbondanza

E’ stato Feyerabend nel libro omonimo del 2002, a usare l’espressione “conquista dell’abbondanza”.

Feyerabend descriveva il processo attraverso cui noi conosciamo qualche cosa che ci si presenta inevitabilmente come abbondante, strabocchevole di segnali e informazioni.

“Il mondo in cui noi abitiamo – scrive – è abbondante al di là della nostra più audace710brs2jLGL immaginazione. Vi sono alberi, sogni, tramonti; temporali, ombre, fiumi; guerre, punture di zanzara, relazioni amorose; ci vivono persone, Dei, intere galassie […] Solo una piccolissima frazione di tale abbondanza influenza le nostre menti. Ed è una benedizione, non uno svantaggio. Un organismo superconscio non sarebbe supersaggio, ma paralizzato”.

Feyerabend si riferisce al processo di semplificazione che opera la scienza per conoscere i fenomeni, ma quest’opera di riduzione della complessità – assolutamente necessaria per conoscere la realtà – oggi assume un significato particolare, perché, per la prima volta nella storia, abbiamo accesso ad una quantità potenzialmente infinita di dati.

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Il margine: luogo privilegiato per la bellezza, l’innovazione e l’apprendimento.

“Ho sempre amato i luoghi di confine tra due culture: Trieste il mare e la Mitteleuropa; Venezia che non appartiene al Veneto ma all’oriente; la Provenza, uno dei tanti sud del mondo, un ponte tra l’Italia e la Spagna, una Francia lenta, ebbra dei suoi paesaggi, intrinsecamente meridionale nello stile di vita; l’Andalusia araba; la mia amata Sicilia, greca, araba e normanna, spagnola, barocca nei suoi dolci e nei suoi palazzi , un pezzo di medioriente in Europa.

Cosa hanno questi luoghi in comune?

Sono tutti luoghi bellissimi, ma soprattutto sono luoghi di contaminazione, dove le culture si sono mescolate, arricchite, integrate”.

Questo scriveva Paolo Broccoli in un bel post su Linkedin.

IL MARGINE. Alla riflessione di Broccoli aggiungo un mio personale punto di vista: che ciò che caratterizza questi luoghi – che sono luoghi di confine – è il fatto di essere al margine.

Il margine è sia una parola negativa, come nell’espressione “essere al margine”, perché indica la periferia, la non centralità, l’essere escluso. Ma “avere margine” indica una potenzialità, una possibilità.

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