L’imprenditore come custode

Riporto una sintesi della bellissima intervista di Silvia Pagliuca ad Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Dallara; una intervista che stimola numerose riflessioni per tutti coloro che sono imprenditori e hanno ruoli di responsabilità.

Secondo il McKinsey Global Institute  – chiede Silvia – quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche, nel mondo, tra qualche anno sarà automatizzato.

«Sì, ma attenzione, la tecnologia sarà lo strumento, non il fine. È quell’agente abilitante che ci consente di fare cose che prima erano impensabili, sia a livello progettuale sia produttivo. E tutto ciò rende la fantasia il nostro unico limite. Dunque, l’uomo sarà ancora più importante, a patto, però, che sia formato…. Perché tutti devono tornare a studiare, anche chi riveste posizioni dirigenziali».

Vale anche per lei?

«Certo. Vale per tutti, soprattutto per l’imprenditore che, a mio avviso, ha una responsabilità maggiore rispetto a chiunque altro.

A differenza del manager che deve solo perseguire degli obiettivi, l’imprenditore è un custode, prende un’azienda in consegna e deve restituirla più grande di come l’ha trovata. Non ne è l’assoluto proprietario, o forse lo è solo in maniera formale.

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Manager che studiano

Tutti sono d’accordo che per ruoli manageriali, oltre alle conoscenze tecniche, siano fondamentali anche le competenze relazionali come leadership, capacità di lavorare in gruppo, capacità motivazionale, creatività ecc.

Il problema è che spesso si tende a pensare che queste siano competenze innate, che non abbiano a che fare con lo studio e la conoscenza, ma sia sufficiente una certa naturale predisposizione.

Ma al di là di parole generiche proviamo a rispondere in concreto a queste domande.

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Allargare la cornice

Sono sempre più numerosi gli studi che mostrano come i soldi costituiscano solo una delle possibili motivazioni che spingono le persone ad essere più produttive ed efficienti.

In particolare, se oltre agli incentivi economici, non prendiamo in considerazione il senso, non aiutiamo affatto le persone ad essere più produttive: poteva bastare durante la rivoluzione industriale, ma non certo nell’economia della conoscenza del XXI secolo.

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La valutazione: un metodo per generare valore

Di fronte alla complessità delle sfide e ad una realtà che sembra sfuggirci di mano diventiamo sempre più ossessionati dalle misure, come ha scritto Stefania Zolotti nell’Editoriale n. 49 di SenzaFiltro.

Il problema non è solo trovare algoritmi o numeri, il problema è più profondo: riguarda la scelta dei criteri per capire se le decisioni che si sono prese sono giuste, per capire se si sta facendo bene o male, per capire come dare valore al lavoro delle persone, come motivarle verso obiettivi significativi e stimolanti.

Ne parlavo tempo fa con il responsabile di una associazione di categoria che era ben consapevole che il problema non era trovare dei “numeri” per valutare le persone, ma l’assenza di ogni valutazione – come nella pratica si stava facendo fino a quel momento – non risolveva certo il problema.

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La solitudine dei leader

Forse non c’è nulla che annoi maggiormente che scrivere un ennesimo articolo sulla leadership su cui ormai è stato detto tutto e il contrario di tutto. Però, visto che un amico mi chiedeva consigli su questo tema, in particolare “come aumentare la propria leadership”, aggiungo un mio punto vista, spero un po’ diverso dal solito.

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Kodak inventò la fotocamera digitale già nel 1973, ma decise di non produrla

Questa è una di quelle storie da film che ogni tanto emergono dal mondo tech e raccontano di uomini e macchine, visioni e cecità, innovazioni e destini che cambiano.

Si sa che Kodak andò in crisi con l’avvento della macchina digitale; meno famoso è il fatto che fu la stessa Kodak a inventarla nel 1973, ma decise di tenerla nascosta per non mettere in discussione il business delle pellicole.

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Superpolli? No grazie. Archiviamo le gerarchie lavorative.

Spesso la gestione delle imprese adotta il cosiddetto “modello del superpollo“, un sistema incentrato su impiegati superstar che si distinguono per prestazioni migliori rispetto agli altri.

Tuttavia, non è questo il principio-guida dei gruppi di lavoro che conseguono i risultati migliori.

Questo video, con uno stile davvero accativante, è un ripensamento radicale di ciò che spinge l’uomo a dare il meglio di sé sul lavoro e del significato della parola ‘leader’.

Margaret Heffernan dice cose che dovrebbero essere banali. Invece sono, ancora, rivoluzionarie. Sempre più rivoluzionarie. Perché il mondo, e le imprese, sembra che continuino a privilegiare i superpolli. Con le conseguenze che vediamo ogni giorno.

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Il coraggio di riflettere: Sherlock Holmes, Don Milani, Warren Buffet.

Qualche giorno fa su Linkedin, Giorgio Barbetta ha scritto un articolo ricco di stimoli dal titolo provocatorio: “Chi ha il coraggio di riflettere?”. L’articolo di Barbetta prende spunto da un dialogo tra Bill Gates e Warren Buffet (uno dei più grandi investitori di sempre e secondo uomo più ricco del mondo).

“In uno scambio di battute – scrive Barbetta – si evince una cosa formidabile: la risorsa fondamentale di Warren, che preserva come la cosa più preziosa, è il tempo.

E per dimostrarlo fa uscire dalle sue tasche una agendina classica dove trascrive i suoi appuntamenti. La passa a Bill che apre la stessa e si posiziona alla settimana corrente facendo notare una cosa sconvolgente:

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Il lavoro del futuro

Se avete qualche minuto di tempo guardate questo video di Emilie Wapnick che ho scoperto grazie ad un bell’articolo di Oscar di Montigny.

L’idea di Wapnick parte dal fatto che la domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” non è solo antiquata o inopportuna, è anche altamente dannosa. Ci può spingere a pensare che occorre scegliere un solo lavoro, una sola passione, essere una cosa sola. Ma siamo sicuri che sia così?

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Dan Airely (2): Abbiamo il controllo sulle nostre decisioni?

Nell’ultimo post segnalavo un intervento di Dan Airely sul tema della motivazione.

In quest’altro video, invece, Dan Airely mette in luce alcune scoperte dell’economia comportamentale, sottolineando come le nostre decisioni siano molto meno razionali di quello che pensiamo.

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